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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

AI e sicurezza, la vera partita si gioca fuori dallo schermo

L’intelligenza artificiale accelera l’analisi delle informazioni, ma secondo Marco Santarelli non può sostituire fonti umane, controllo sul campo e sovranità tecnologica.

La sfida più delicata dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la velocità con cui elabora i dati, ma la capacità di proteggere ciò che ha un valore strategico. Marco Santarelli, analista investigativo e consulente sui temi della sicurezza internazionale, sostiene che brevetti, infrastrutture digitali e conoscenze industriali debbano essere considerati anche sotto il profilo della sicurezza nazionale.

Secondo Santarelli, non si tratta di frenare la ricerca, bensì di individuare le tecnologie decisive e difenderle in un contesto nel quale gli strumenti più avanzati diventano rapidamente accessibili sia agli utenti legittimi sia a chi intende sfruttarli per finalità ostili.

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La sovranità tecnologica è il nodo

Il tema coinvolge direttamente il settore informatico. La disponibilità di grandi capacità di calcolo e di sistemi di protezione sofisticati richiede risorse ingenti, con il risultato di concentrare gli strumenti più potenti nelle mani di soggetti pubblici e privati capaci di sostenerne i costi.

Per questo l’analista invita a valutare con maggiore attenzione la provenienza delle tecnologie impiegate da amministrazioni, forze dell’ordine e infrastrutture sensibili. A suo avviso, il Golden Power dovrebbe concentrarsi non solo sugli assetti proprietari delle imprese, ma anche sulle filiere e sugli apparati tecnologici da cui dipendono interessi strategici del Paese.

Un rischio analogo riguarda le informazioni riservate delle aziende. L’impiego disattento di piattaforme di intelligenza artificiale può esporre codici, procedimenti, competenze proprietarie e altri dati confidenziali. Quando sono coinvolti comparti come energia, telecomunicazioni o difesa, una vulnerabilità interna può trasformarsi in una questione di sicurezza nazionale.


L’intelligenza artificiale non è spionaggio

L’intelligenza artificiale ha reso molto più semplice collegare dati provenienti da fonti accessibili al pubblico. In pochi istanti può ricostruire relazioni tra individui, imprese e avvenimenti, offrendo a molti utenti capacità che un tempo richiedevano software specializzati, preparazione tecnica e lunghe ore di lavoro.

Santarelli avverte però che questa evoluzione non coincide automaticamente con l’attività di spionaggio. «Posso chiedere a un sistema di ricostruire il profilo di una persona o le connessioni di un’azienda. Posso ottenere moltissimo da fonti aperte», ha spiegato, sottolineando che un simile strumento non può rivelare da solo l’esistenza di un infiltrato incaricato di sottrarre un brevetto.

Per informazioni di questo tipo servono ancora informatori, rapporti costruiti nel tempo e presenza fisica nei luoghi interessati. L’analisi automatizzata può ordinare, confrontare e verificare grandi quantità di materiale, ma non sostituisce la conoscenza diretta degli ambienti e delle persone.

La crescita dell’AI, dunque, non cancella la componente umana dell’intelligence. Al contrario, secondo l’analista la rende ancora più importante: in un porto strategico, presso un cavo sottomarino o all’interno di un impianto delicato occorre comprendere chi si muove, quali rapporti intrattiene e per quale ragione si trovi lì.

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Dati sintetici e reti umane

Un ulteriore problema nasce dalla difficoltà di distinguere i contenuti autentici da quelli alterati. Immagini, ricostruzioni e narrazioni possono essere manipolate o indirizzate verso una precisa interpretazione. Per questo, ha osservato Santarelli, non basta raccogliere ciò che circola in rete: bisogna esaminarne l’origine e gli interessi di chi lo ha diffuso.

Il passaggio dai social network all’intelligenza artificiale ha inoltre cambiato la natura del problema. La prima fase aveva prodotto enormi archivi di gusti, abitudini e comportamenti; oggi il salto consiste nel collegare quei dati e trasformarli in modelli più complessi, con processi più rapidi e meno percepibili dagli utenti.

Anche il caso Anthropic e l’uscita del ricercatore Jacob Coxon vengono letti da Santarelli soprattutto per il loro impatto sulla comunicazione pubblica. La sua attenzione si concentra sul contrasto tra l’avvertimento lanciato dall’ex ricercatore e il successivo riconoscimento dei rischi da parte dei vertici aziendali: oltre alla tecnologia, sostiene, va osservata la narrazione che la accompagna.


Un’Europa senza servizio unico

L’ipotesi di un apparato europeo centralizzato resta invece complessa. Le informazioni riservate sono gestite dai singoli Stati attraverso procedure, classificazioni e responsabilità precise; trasferire tutto a una struttura comune richiederebbe un livello di fiducia che oggi non appare scontato.

«Una cosa è collaborare, un’altra è centralizzare», ha sintetizzato Santarelli, ricordando che i servizi nazionali difficilmente rinuncerebbero in tempi brevi a fonti, reti operative e dati considerati essenziali per la propria sicurezza.

Una cooperazione più stretta viene ritenuta più realistica in ambiti circoscritti, come il contrasto al finanziamento del terrorismo, i flussi finanziari oltre confine, le criptovalute e alcune minacce informatiche. Gli interessi comuni possono favorire iniziative condivise, senza arrivare alla completa fusione delle strutture.

Il modello dei Five Eyes mostra quanto la condivisione dipenda da rapporti politici consolidati. Per l’Europa, secondo l’analista, potrebbe funzionare meglio una collaborazione organizzata per gruppi di fiducia e obiettivi comuni, anche su dossier come Russia e Cina, piuttosto che la creazione immediata di un unico servizio con sede a Bruxelles.

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