AI e sicurezza, il limite che nessun algoritmo può superare
Marco Santarelli analizza il ruolo dell’intelligenza artificiale, il ritorno delle reti umane e le difficoltà di una possibile cooperazione europea nel campo della sicurezza.
La diffusione incontrollata delle piattaforme di intelligenza artificiale può trasformare la tutela dei segreti industriali in una questione di sicurezza nazionale. Codici, brevetti e competenze riservate rischiano di finire esposti quando gli strumenti tecnologici vengono impiegati senza adeguate garanzie, soprattutto nei comparti della difesa, dell’energia e delle telecomunicazioni. Per questo Marco Santarelli invita a individuare e proteggere le tecnologie strategiche, compresi i brevetti che possono avere un valore rilevante per il Paese.
L’analista investigativo, consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence, sostiene inoltre che la crescita dell’automazione non renda superflua la componente umana. Anzi, quanto più diventa semplice elaborare dati pubblici, tanto più servono fonti, relazioni e presenza diretta sul terreno per ottenere informazioni riservate.
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La tecnologia non basta a proteggere i segreti
Secondo Santarelli, il problema non riguarda il blocco della ricerca, ma la capacità di riconoscere ciò che possiede un’importanza strategica. L’accesso rapido alle innovazioni è infatti disponibile sia per chi opera legittimamente sia per soggetti intenzionati a sfruttarle contro aziende, istituzioni o infrastrutture sensibili.
La stessa logica vale per gli strumenti utilizzati da amministrazioni pubbliche, forze dell’ordine e strutture critiche. «Dobbiamo porci un problema di sovranità tecnologica», ha spiegato, sottolineando la necessità di conoscere l’origine dei prodotti, i loro fornitori e le dipendenze che possono generare. A suo giudizio, il Golden Power dovrebbe concentrarsi non soltanto sul controllo proprietario delle imprese, ma anche sulle filiere tecnologiche decisive per l’interesse nazionale.
Dati pubblici, ma nessun vero spionaggio
L’intelligenza artificiale ha reso accessibili a un pubblico molto più vasto attività che un tempo richiedevano software specifici, competenze specialistiche e lunghi periodi di lavoro. In pochi istanti può collegare documenti, persone, aziende ed eventi, costruendo profili complessi a partire da materiali disponibili in rete.
Questa capacità, però, non coincide automaticamente con lo spionaggio. L’analisi delle fonti aperte, una verifica societaria o un’attività di raccolta informativa appartengono a categorie diverse rispetto all’infiltrazione e al controspionaggio. Un sistema può ricostruire i legami di un’organizzazione, ma non stabilire se qualcuno sia stato inserito al suo interno per sottrarre un brevetto: per arrivare a quel livello servono informatori, rapporti consolidati e osservazione diretta.
La svolta rispetto alla prima stagione dei social network riguarda soprattutto il modo in cui i dati vengono utilizzati. Facebook aveva prodotto una quantità enorme di informazioni su gusti, abitudini e comportamenti; oggi l’AI può combinare quei materiali, individuare ricorrenze e generare modelli più articolati, con tempi più brevi e una visibilità ridotta per l’utente.
L’uomo resta decisivo sul campo
La raccolta attraverso le relazioni umane, indicata con il termine Humint, conserva quindi un ruolo centrale. «Più cresce la tecnologia, più l’intelligence deve conservare una rete informativa umana», ha affermato Santarelli. Un porto strategico, un cavo sottomarino o un impianto industriale non possono essere compresi soltanto attraverso dati già pubblicati: occorre sapere chi frequenta quei luoghi, quali rapporti intrattiene e per quale ragione vi si trova.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
A rendere il quadro ancora più delicato contribuisce la moltiplicazione dei contenuti sintetici. Immagini alterate e ricostruzioni orientate possono confondere l’osservazione dei fatti con la manipolazione. Per Santarelli, chi lavora nell’intelligence deve dunque verificare la provenienza di ogni informazione e valutare anche l’interesse di chi l’ha diffusa.
Una dinamica simile è emersa, secondo l’analista, nel caso che ha coinvolto Anthropic e il ricercatore Jacob Coxon. Le dimissioni di Coxon, accompagnate da avvertimenti sui rischi dei sistemi più avanzati, sono state seguite dal riconoscimento pubblico del problema da parte dei vertici aziendali. Santarelli non considera questo passaggio una prova di un piano preordinato, ma ritiene significativo il modo in cui la vicenda ha rafforzato l’attenzione sulla narrazione costruita attorno all’AI.
Europa, la fiducia viene prima dell’ufficio
L’ipotesi di creare un servizio europeo centralizzato appare invece molto più complessa sul piano operativo. I singoli Stati seguono regole diverse per classificare le informazioni e stabilire chi possa accedervi; riunire ventisette sistemi significherebbe affrontare problemi ancora più delicati sulla responsabilità e sulla condivisione dei dati.
Il nodo principale riguarda la disponibilità dei servizi nazionali a trasferire le proprie fonti, le reti operative e i contenuti più sensibili. La cooperazione tra Paesi esiste già in vari settori, ma non equivale alla nascita di una struttura unica. Santarelli considera più realistico rafforzare una rete tra apparati nazionali, concentrandosi su terrorismo, flussi finanziari oltre confine, criptovalute e minacce informatiche.
Il modello Five Eyes mostra quanto la condivisione dipenda da una fiducia politica maturata nel tempo. Per questo, invece di puntare subito a una struttura simile a una CIA europea, potrebbe risultare più praticabile procedere attraverso gruppi ristretti, obiettivi comuni e cerchi di collaborazione variabili, anche su dossier complessi come Russia e Cina.
Nel cyberspazio pesa la disponibilità economica
La competizione informatica sta modificando anche i rapporti di forza economici. L’immagine dell’hacker solitario che, con strumenti minimi, mette in crisi una grande organizzazione non descrive più l’intero scenario: la potenza di calcolo e i sistemi di difesa più avanzati richiedono investimenti consistenti, favorendo chi dispone di risorse adeguate.
In questo contesto la sovranità tecnologica diventa un tema di sicurezza. Le istituzioni devono sapere quali strumenti adottano, chi li produce e quali vincoli possono derivare dalla loro origine. L’impiego poco prudente delle piattaforme di AI, soprattutto nei settori strategici, può trasformare la perdita di un’informazione riservata da problema aziendale a rischio per l’intero Paese.
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