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Attualità 1 min di lettura49 min fa

Aborto, il veto che ferma il Liechtenstein: prima volta per Alois

La riforma approvata dal Parlamento avrebbe depenalizzato l’interruzione di gravidanza entro la dodicesima settimana e ampliato l’accesso alle cure.

Per la prima volta da quando esercita i poteri della Corona, Alois ha bloccato una legge approvata dal Parlamento del Liechtenstein. La decisione del principe ereditario impedisce, almeno per ora, l’entrata in vigore della riforma sull’aborto, sostenuta da un’iniziativa popolare e pensata per avvicinare il piccolo Stato alla normativa prevalente in Europa.

Alois ha motivato il rifiuto sostenendo che il testo non offrisse una protezione sufficiente alla vita prima della nascita. La casa reale ha confermato la scelta e riferito che il principe, dopo aver esaminato attentamente il provvedimento, lo ha ritenuto incompatibile con «la garanzia di una tutela adeguata della vita nascitura, intesa come valore giuridico fondamentale».

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La legge resta senza sanzione

Il progetto era arrivato all’esame parlamentare dopo una raccolta di oltre 4.970 firme, pari a circa un quarto degli elettori del Paese. Le sottoscrizioni superavano ampiamente la soglia di mille necessaria per chiedere formalmente l’intervento dell’assemblea legislativa.

Il Parlamento aveva poi approvato il testo il mese scorso. La procedura prevedeva la depenalizzazione dell’aborto nelle prime 12 settimane di gestazione, il rimborso attraverso l’assicurazione sanitaria e la cancellazione del divieto di fornire informazioni sull’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.

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Un sistema tra i più rigidi

Nel principato l’interruzione di gravidanza continua a essere ammessa soltanto in situazioni circoscritte. Tra queste rientrano il rischio per la vita della donna e le gravidanze provocate da uno stupro, mentre la disciplina complessiva resta una delle più severe in Europa.

Dal 2015, tuttavia, le donne residenti possono recarsi legalmente all’estero per interrompere la gravidanza. Il veto di Alois rappresenta comunque un arresto per chi chiedeva di cambiare la normativa interna e rende incerto il futuro della riforma sostenuta dalla mobilitazione popolare.

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