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4 Zampe 2 min di lettura30 set

Balene, allarme in Patagonia: cosa si nasconde dietro la morte dei cuccioli

Nella Penisola di Valdés sono stati recuperati giovani esemplari di balena franca australe: le analisi sono in corso, ma il batterio individuato non è ancora una prova definitiva.

La presenza di un batterio compatibile con l’erisipela ha aggiunto un nuovo elemento al caso dei cuccioli di balena franca australe ritrovati morti nella Penisola di Valdés. Tuttavia, gli specialisti invitano a non trasformare questo primo riscontro in una conclusione: per ora non è stata stabilita la causa dei decessi.

La vicenda riguarda la stagione 2026 nella provincia argentina di Chubut, una zona di grande importanza per la riproduzione della specie. Le autorità e i ricercatori stanno quindi cercando di capire se si tratti di episodi collegati tra loro oppure di eventi determinati da più fattori.


Il batterio non basta a spiegare i decessi

Il Programma di Monitoraggio Sanitario, insieme a enti scientifici e associazioni impegnate nella tutela dei cetacei, ha avviato gli accertamenti sugli animali recuperati. Sui corpi vengono eseguiti esami post mortem, raccolti campioni e condotte analisi di laboratorio per ricostruire le condizioni di salute dei cuccioli.

Le verifiche preliminari hanno evidenziato un microrganismo associato all’erisipela, una malattia che può colpire anche gli animali marini e provocare lesioni della pelle o infezioni generalizzate. Il suo ritrovamento, però, non dimostra automaticamente che abbia causato la morte delle balene.

Víctor Fratto ha spiegato che l’isolamento del batterio deve essere considerato soltanto un’ipotesi da esaminare. Il microrganismo può trovarsi normalmente nell’ambiente marino e raggiungere diverse specie anche attraverso pesci e crostacei; sarà dunque necessario verificare un eventuale legame diretto con la mortalità osservata.


Numeri ancora da verificare

La notizia ha alimentato discussioni e confronti sui social, soprattutto rispetto agli anni precedenti. Gli studiosi ricordano tuttavia che il bilancio relativo al 2026 non è ancora definitivo e che ogni dato deve essere controllato prima di trarre conclusioni sull’andamento della stagione.

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Un ulteriore elemento di cautela riguarda i gruppi presenti nel Golfo di San José. Secondo Fratto, la loro composizione può cambiare naturalmente nel tempo, rendendo poco attendibile un confronto immediato tra il numero degli animali avvistati oggi e quello registrato in passato. Anche il conteggio delle carcasse richiede attenzione, per evitare che lo stesso esemplare venga registrato più volte.


Nessuna pista esclusa per ora

Sulla base delle informazioni disponibili, non è emerso finora un rapporto tra le morti e attività umane o forme di inquinamento industriale. L’assenza di un collegamento nelle prime verifiche non chiude comunque l’indagine: soltanto il completamento degli esami potrà chiarire il quadro.

Biologi, veterinari, guardiani dell’area protetta e ricercatori proseguono il monitoraggio lungo le coste della Patagonia. Comprendere l’origine della mortalità sarà importante sia per interpretare quanto accaduto nel 2026 sia per individuare eventuali misure di tutela della balena franca australe nel lungo periodo.

Alle persone che individuano un cetaceo sulla spiaggia, vivo o morto, viene chiesto di mantenere le distanze e di non tentare interventi autonomi. L’avvistamento deve essere comunicato attraverso i canali ufficiali, lasciando agli operatori qualificati lo spazio necessario per lavorare.

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