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Viaggi 3 min di lettura4 giorni fa

Vacanze più green, ma c’è un ostacolo: cosa frenerebbe gli italiani

Dall’Osservatorio di Human Company emerge una forte disponibilità a rivedere come si viaggia, anche se per molti la svolta resta legata a costi, comfort e scelte davvero accessibili.

Sempre più italiani dichiarano di voler viaggiare in modo meno impattante, ma la traduzione di questa intenzione nella pratica non è affatto automatica. A pesare, secondo i dati raccolti dall’Osservatorio “Turismo & Sostenibilità” di Human Company con Ipsos Doxa e Legambiente, sono soprattutto le rinunce percepite e l’eventuale aumento delle spese.

Il quadro è tuttavia piuttosto netto: il 72% dei viaggiatori sa che le proprie decisioni possono incidere sulla sostenibilità delle destinazioni, mentre quasi otto su dieci si dice disposto a cambiare abitudini pur di ridurre gli effetti negativi delle vacanze. Al tempo stesso, per circa tre intervistati su dieci la pianificazione del viaggio genera anche ecoansia.


Dove gli italiani cambierebbero davvero

Tra le scelte considerate più praticabili spiccano le mete meno note, indicate dal 75% del campione, e i periodi di bassa stagione, che convincono il 74%. In questa logica rientra anche l’idea di distribuire meglio i flussi turistici, evitando di concentrare tutto nei luoghi e nei mesi più affollati.

Subito dopo arrivano altri comportamenti giudicati compatibili con una vacanza più sostenibile: il 62% accetterebbe di affidarsi ai mezzi pubblici o ad altre soluzioni a minore impatto, mentre il 57% sarebbe disposto ad allungare i tempi di spostamento. Durante il soggiorno, poi, gli intervistati guardano con attenzione a piccoli gesti quotidiani come il rispetto di flora e fauna, il corretto smaltimento dei rifiuti, il risparmio di acqua ed energia e la scelta di prodotti del territorio.


Strutture e territori sotto osservazione

Quando si passa agli alloggi, contano molto elementi facilmente riconoscibili: energie rinnovabili, raccolta differenziata e valorizzazione delle produzioni locali. Il 26% cita anche il sostegno all’economia del posto e il ricorso a fornitori della zona, una quota in crescita di tre punti rispetto al 2025.

Nel percepito degli intervistati, la sostenibilità non coincide automaticamente con il turismo in natura. Eppure l’outdoor resta molto presente: il 71% degli italiani dichiara di praticarlo, e per circa tre su dieci si tratta di un’abitudine frequente. Le percentuali salgono al 37% tra le famiglie con figli piccoli e al 36% sia nella Gen Z sia nel Nord Est.

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Questo tipo di viaggio viene letto anche come occasione di contatto con le comunità ospitanti. Lo sostiene il 79% del campione, con punte dell’82% tra i Millennial e dell’84% tra chi si sposta con regolarità in Europa. Non stupisce quindi che agriturismi, rifugi alpini e di montagna, campeggi e villaggi siano le sistemazioni più spesso associate a un’idea di vacanza sostenibile.


Chi deve guidare la svolta

Sul fronte delle responsabilità, gli italiani non scaricano tutto sui singoli turisti. Le istituzioni vengono indicate dal 28%, mentre operatori dell’ospitalità, Unione europea e amministrazioni locali si fermano al 25%; i viaggiatori stessi sono al 22%. Per gestire meglio i flussi, le proposte più apprezzate sono gli incentivi a partire in bassa stagione (35%), il rafforzamento del trasporto pubblico (28%) e lo sviluppo di itinerari alternativi (27%).

Molto meno convincono gli interventi restrittivi: solo il 15% guarda con favore a limiti sugli affitti brevi e il 12% a tasse di soggiorno più alte. Anche sul lato dell’accoglienza emerge una certa disponibilità al compromesso: circa sei viaggiatori su dieci sceglierebbero una struttura con sistemi di raffrescamento più efficienti, accettando però un calo lieve del comfort percepito.


La sfida del 2030

Nel guardare ai prossimi anni, il 29% degli intervistati vede nel turismo rigenerativo una possibile direzione per il settore: esperienze pensate per tutelare i luoghi e migliorare il benessere delle comunità visitate. Seguono il turismo di prossimità, indicato dal 19%, e regole più stringenti con standard condivisi, al 18%.

Resta però un nodo di fondo: un altro 18% segnala la difficoltà di distinguere gli interventi concreti dal greenwashing. Davide Cilia, ricercatore senior di Ipsos Doxa, sintetizza così la distanza ancora aperta tra intenzioni e comportamenti: “Rimane una distanza tra sensibilità dichiarata e comportamenti effettivi”.

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