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Tecnologia 3 min di lettura5 giorni fa

Trump, la settimana delle immagini: tra Xi e i dossier ancora fermi

Cerimonie spettacolari, ospiti illustri e minacce hanno dominato la scena, ma dagli incontri internazionali sono emerse soprattutto intese parziali e molti nodi irrisolti.

La distanza tra la forza esibita da Donald Trump e i risultati ottenuti è il dato più evidente della settimana diplomatica americana. Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group, osserva che rispetto a un anno fa Canada, Europa, Cina, Iran e Russia mostrano una maggiore disponibilità a contraddire il presidente degli Stati Uniti: un giudizio difficile da misurare, ma coerente con il quadro emerso dagli ultimi giorni.

Anche la visita di Xi Jinping ha confermato questo contrasto. Washington ha costruito attorno all’incontro un’imponente rappresentazione del potere americano, mentre sul piano concreto l’intesa si è limitata soprattutto a rinviare i problemi.


L’immagine di forza non basta

Trump continua a dimostrare una notevole capacità di trasformare ogni appuntamento in una scena ad alto impatto. L’accoglienza del leader cinese, le cerimonie militari, i voli di B-2 e F-22 sopra la Casa Bianca, la cena ufficiale e la visita al nuovo ballroom hanno prodotto una sequenza di immagini pensata per sottolineare il ruolo di Washington.

Il presidente ha definito con Xi la loro «grande amcizia», mentre il leader cinese ha portato in dono i panda destinati allo zoo di Atlanta. Il New York Times ha riassunto quell’atmosfera parlando di «sorvoli militari, panda donati e cerimonie sfarzose» capaci di coprire, almeno visivamente, le divergenze tra le due potenze.

La stessa logica ha accompagnato il resto della settimana. All’Assemblea generale delle Nazioni Unite Trump ha minacciato di «annientare» l’Iran, ha rivendicato l’efficacia della pressione e ha persino interrogato pubblicamente la propria capacità di imporre il nome «super intelligence» all’intelligenza artificiale. In seguito, però, le pressioni su Russia e Ucraina per una tregua energetica non hanno portato a esiti rilevanti, mentre l’intesa sulla Groenlandia è rimasta lontana dall’obiettivo iniziale di «possedere» l’isola.


Con Xi resta una tregua

Il risultato più concreto del vertice con Pechino è l’estensione fino a gennaio della sospensione sui dazi. La proroga evita, per il momento, un nuovo aggravamento dello scontro commerciale, ma non chiude la disputa né affronta i dossier strategici che pesano sul rapporto bilaterale.

La Cina conserva il controllo sulle terre rare, considerate una risorsa di pressione, e gli Stati Uniti non hanno ritirato i limiti sulle tecnologie più avanzate. Anche sul versante dell’intelligenza artificiale il possibile sistema per comunicare gli incidenti più gravi non è ancora diventato un apparato funzionante: mancano criteri condivisi su eventi da notificare, destinatari e tempi.

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Un altro elemento ha mostrato il deterioramento dei legami economici. Nel 2015 Xi era arrivato negli Stati Uniti insieme a figure di primo piano dell’imprenditoria cinese, tra cui Jack Ma (Alibaba) e Pony Ma (Tencent). Alla cena organizzata questa volta erano invece presenti Zuckerberg (Meta), Musk (Tesla e Starlink), Cook (Apple), Jensen Huang (Nvidia), Jeff Bezos (Amazon), Sam Altman (OpenAI) e Satya Nadella (Microsoft), senza equivalenti cinesi dello stesso livello.

Secondo il New York Times, questa assenza riflette l’attuale squilibrio: le società americane continuano ad avere interesse per il mercato cinese, mentre per molte imprese di Pechino l’accesso a quello statunitense è diventato più difficile.


Una diplomazia ancora in stallo

Il giudizio complessivo non riguarda dunque soltanto l’incontro con Xi. Reuters ha descritto una politica estera «ricca di sfarzo e cerimonie, ma povera di sostanza» e ha rilevato come il secondo mandato, dopo una prima fase segnata da alcuni risultati, stia accumulando sempre più situazioni senza soluzione.

La sequenza degli eventi rende visibile il problema: minacce, dazi e rotture degli equilibri vengono presentati come strumenti di pressione, ma la loro efficacia non si traduce automaticamente in accordi. La capacità di dominare il racconto pubblico rimane intatta; molto più incerta è quella di trasformare l’annuncio in un esito concreto.

Il vertice con Xi ha quindi prodotto soprattutto una pausa nello scontro commerciale. Su Taiwan, sull’intelligenza artificiale, sull’Iran e sulle relazioni economiche restano aperte questioni decisive. La settimana lascia così una differenza netta tra ciò che Trump promette o minaccia e ciò che, una volta spente le telecamere, riesce davvero a ottenere.

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