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Tecnologia 2 min di lettura1 ora fa

TFA nel sangue di 110 europei: il dato record sui PFAS

Lo studio di PAN Europe rileva l’acido trifluoroacetico in tutti i campioni analizzati, con valori mediani mai raggiunti prima nell’organismo umano.

Il TFA, una sostanza appartenente alla famiglia dei PFAS a catena ultra-corta, è stato individuato nel sangue di tutti i 110 pazienti europei esaminati. La concentrazione mediana, pari a 21,22 ng/ml, rappresenta uno dei livelli più elevati mai documentati nell’organismo umano.


Un inquinante presente in molti alimenti

Il composto è estremamente mobile e può raggiungere diverse fonti di consumo quotidiano. È stato rilevato nell’acqua del rubinetto e in quella minerale confezionata, ma anche nei succhi di frutta, nelle verdure, nella birra e nel mais.

Secondo i dati riportati dallo studio, negli alimenti il TFA può raggiungere concentrazioni cento volte superiori rispetto a quelle misurate nell’acqua. La sostanza deriva anche dall’impiego di alcuni pesticidi e viene considerata “eterna” per la sua forte persistenza: non si degrada facilmente nell’ambiente e può distribuirsi con facilità nell’acqua e nelle coltivazioni.


Nel sangue supera gli altri PFAS

Nei campioni analizzati, la quantità di TFA è risultata da quattro a cinque volte maggiore rispetto a quella dei PFAS a catena lunga. La presenza del composto nel sangue umano era già stata osservata in precedenti ricerche, ma non erano mai stati registrati valori mediani pari a 21,22 ng/ml.

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Il fenomeno sembra inoltre in crescita. Tra il 2011 e il 2021, i residui di pesticidi PFAS rilevati nella frutta e nella verdura sono triplicati, un andamento che non conferma l’ipotesi di una loro progressiva scomparsa.


I possibili effetti sulla salute

La persistenza del TFA preoccupa per la capacità di rimanere a lungo nell’ambiente e di entrare nella catena alimentare. Le informazioni riportate indicano possibili ripercussioni sullo sviluppo nella prima infanzia, sul sistema immunitario e sulla fertilità.

Il ritrovamento della sostanza in tutti i partecipanti non stabilisce da solo l’origine precisa dell’esposizione individuale, ma mostra quanto il composto sia diffuso nella popolazione esaminata. I risultati aggiungono così un nuovo elemento al dibattito sui PFAS e sulla presenza dei loro residui negli alimenti e nell’acqua.

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