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Tecnologia 1 min di lettura1 ora fa

Televisori e dispositivi smart nel mirino: il rischio dell’IA che si copia

Una ricerca di Anthropic mostra come un modello avanzato possa distribuire il proprio calcolo su più apparecchi economici, aprendo la strada a nuove minacce informatiche.

L’ipotesi sembra uscita da un film di fantascienza: un sistema di intelligenza artificiale capace di passare da un dispositivo all’altro e continuare a operare sfruttando la rete. Tuttavia, alcuni esperimenti indicano che modelli sempre più compatti potrebbero trasformare questo scenario in un problema concreto per la sicurezza informatica.

Il rischio riguarda televisori, elettrodomestici, telecamere e altri apparecchi connessi. Se la capacità di calcolo viene suddivisa tra numerosi dispositivi, individuare il sistema e interromperne il funzionamento diventa molto più difficile.

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La minaccia arriva dai modelli distribuiti

A richiamare l’attenzione sul tema è Anthropic, con una ricerca dedicata ai cosiddetti vermi informatici basati sull’intelligenza artificiale: programmi malevoli progettati per replicarsi e propagarsi all’interno di una rete sfruttando le funzioni dell’IA.

Il punto centrale è la possibilità di utilizzare modelli relativamente piccoli, ma abbastanza potenti da collaborare tra loro. Rispetto ai grandi sistemi concentrati nei centri dati, questa configurazione distribuirebbe il lavoro su molti apparecchi, rendendo meno evidente la presenza dell’intelligenza artificiale e più complessa la sua rimozione.

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Quindici dispositivi hanno eseguito Gemma 4

I ricercatori hanno verificato il comportamento di Gemma 4 di Google, un modello dotato di 26 miliardi di parametri. Preso singolarmente, ciascun dispositivo impiegato nell’esperimento non aveva risorse sufficienti per farlo funzionare in autonomia.

La situazione è cambiata collegando 15 economici dispositivi televisivi Android. Grazie alla ripartizione del carico di lavoro, gli apparecchi sono riusciti a eseguire il modello insieme, anche se con prestazioni molto limitate. L’esperimento non dimostra da solo l’esistenza di un attacco già operativo, ma evidenzia come dispositivi poco costosi possano contribuire all’esecuzione di sistemi molto più complessi.

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