Quando una sanzione ti spegne: il caso Guillou e il nuovo potere digitale
Dal giudice francese colpito dalle misure Usa al tema dei diritti online: Paolo Benanti usa il caso Guillou per spiegare come infrastrutture private possano incidere su cittadinanza, servizi e libertà.
Si può restare cittadini sulla carta e, al tempo stesso, trovarsi esclusi dai servizi che rendono possibile la vita quotidiana. È il paradosso che il libro di padre Paolo Benanti mette al centro partendo da Nicolas Guillou, magistrato francese della Corte penale internazionale.
La cittadinanza non basta più online
Nel novembre 2024 Guillou, membro della Camera preliminare I, prende parte alla decisione con cui la Corte emette i mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e contro l’umanità legati a Gaza. Dopo quella scelta, il dossier giudiziario diventa anche politico e, nel 2025, arrivano le sanzioni statunitensi dell’amministrazione Trump tramite l’Office of Foreign Assets Control (OFAC).
Dai mandati alle esclusioni digitali
Da lì, ricostruisce Benanti, comincia una discesa molto concreta: Guillou perde l’accesso a WhatsApp, alle app Google, a Facebook e Instagram; si vede chiudere gli account Amazon, PayPal e Airbnb; le carte di pagamento smettono di funzionare e anche il conto bancario francese subisce limitazioni. Il punto, però, non è solo la sua vicenda personale.
Per l’autore, il caso mostra che identità, mobilità, comunicazione e perfino accesso ai servizi essenziali dipendono ormai da infrastrutture digitali controllate in larga parte da soggetti privati. Benanti definisce questa nuova geometria del potere un “Leviatano computazionale”: un sistema in cui governi, piattaforme, cloud, algoritmi e finanza incidono sulla vita delle persone senza coincidere con gli strumenti di controllo a cui le democrazie sono abituate.
Piattaforme e Stati, chi decide davvero
Il filosofo e teologo lega questa trasformazione a una frattura tra sovranità e territorio. Un tempo, spiega, il potere passava dal controllo di uno spazio fisico; oggi, invece, si esercita anche dentro ambienti digitali che non hanno confini nazionali e spesso obbediscono a regole private. Per questo, osserva, anche uno Stato può finire per comportarsi come un semplice utente di servizi altrui.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
Benanti vede in questo passaggio anche una componente ideologica: dal neoliberismo al cyberlibertarismo, fino alle teorie che immaginano istituzioni, moneta e identità affidate a soggetti non statali. In questo quadro cita Peter Thiel come una delle voci più nette di tale visione.
L’Europa ha strumenti ma fatica a usarli
Quanto al ruolo dell’Unione europea, l’autore non la considera priva di mezzi. Ricorda l’AI Act e il Digital Services Act, norme che hanno già prodotto effetti sulle Big Tech, ma sottolinea che manca ancora una linea politica comune davvero capace di sfruttarli fino in fondo. L’Europa, aggiunge, pesa molto anche sul fatturato annuale di questi colossi.
Nel libro compare anche l’idea dell’Homo digitalis peregrinus, pensata per chiedersi quale tutela debba valere nello spazio digitale. Benanti guarda al diritto romano e allo ius gentium per recuperare un principio minimo: la dignità umana non può valere solo offline. Se una persona è titolare di diritti nel mondo fisico, non dovrebbe cessare di esserlo quando entra nella dimensione online.
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