Muse di Meta, il nodo non è l’IA: è chi la deve controllare
L’assistente di Meta promette funzioni avanzate, ma l’azienda insiste sul controllo umano, tra rischi per privacy, acquisti e dati sensibili.
Se l’obiettivo è affidargli compiti delicati, il punto non è quanto possa fare Muse: il vero problema è chi debba sorvegliarlo mentre agisce. Meta presenta il suo agente come uno strumento capace di muoversi tra posta, pagamenti, shopping e servizi online, ma avverte anche che gli errori non spariranno del tutto.
Il controllo umano resta centrale
L’azienda di Menlo Park sostiene che l’assistente sia pensato per attività come scrivere messaggi, completare acquisti o interagire con strumenti collegati alla casa e all’auto. Proprio per questo, spiega Meta, l’utente dovrà restare vigile soprattutto nelle operazioni irreversibili.
Nel materiale diffuso dal gruppo, Muse viene descritto come un sistema che può ancora sbagliare, anche se con una frequenza più bassa e con danni ridotti grazie ai dispositivi di protezione integrati. La società prova anche a rassicurare: per usare l’agente non sarebbe necessario alcun periodo di formazione, perché deve poter funzionare per miliardi di persone.
Privacy e sicurezza sotto osservazione
Le perplessità maggiori arrivano dal fronte della riservatezza. Reuters ha riferito che alcuni dipendenti di Meta temono conseguenze sulla gestione delle telefonate, visto che in una parte delle chiamate richieste dagli utenti intervengono operatori umani. Il rischio, secondo documenti interni citati dall’agenzia, è che informazioni sensibili finiscano per essere condivise con i lavoratori dei call center.
A complicare il quadro c’è anche il blocco deciso da Amazon, che ha impedito a Muse di completare acquisti automatici sul proprio store. Il servizio continua invece a funzionare su piattaforme come Instacart, Shopify ed Expedia. Amazon parla di possibili accessi alla piattaforma senza preavviso e solleva dubbi anche sull’eventuale acquisizione delle credenziali dei clienti.
Meta replica che nomi utente e password vengono conservati in un archivio protetto e che l’agente può servirsi dello spazio credenziali solo per portare a termine un’azione autorizzata, senza visualizzare la password. Prima di ogni passaggio sensibile, comunque, scatta una richiesta di conferma all’utente.
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Le critiche di Bernabè e il costo della
Sul tema è intervenuto anche Franco Bernabè, che su LinkedIn ha criticato il modello proposto da Meta. Secondo l’ex manager, ci si troverebbe davanti a un agente da cui dovremmo aspettarci affidabilità, ma che in realtà andrebbe controllato passo dopo passo per evitare danni.
Bernabè ha collegato la discussione anche alla storia recente del gruppo, richiamando il caso Cambridge Analytica, le sanzioni dell’FTC, il data leak del 2019, la multa da 1,3 miliardi di euro della Commissione europea e i 18 miliardi di dollari di risarcimenti per i danni ai minori. Nel suo intervento ha quindi trasformato il lancio di Muse in un banco di prova sulla credibilità dell’azienda.
A rafforzare la pressione arriva anche il fronte degli investimenti: secondo Alessio Garzone, portfolio manager di Gamma capital markets, Meta ha alzato la guidance di capex 2026 a circa 130–145 miliardi di dollari, con risorse dirette soprattutto verso potenza di calcolo, data center e infrastruttura AI.
Debutto, conferenza e prossime mosse
Muse è stato rilasciato negli Usa l’8 settembre e oggi avrà un passaggio importante alla conferenza annuale Connect, in programma alle 16 locali, l’1 di notte in Italia, nella sede centrale di Menlo Park. A fare da protagonista sarà Mark Zuckerberg, atteso con un intervento centrato sull’intelligenza artificiale.
Il debutto non è passato inosservato neppure sul fronte del pubblico: nelle due settimane successive al lancio, l’assistente ha guidato le classifiche di download delle app negli Stati Uniti. Ma attorno al progetto restano aperti i dubbi su privacy, sicurezza e affidabilità, proprio mentre Meta continua a spingere su IA, smart glasses e nuovi strumenti connessi alla vita quotidiana.
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