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Tecnologia 6 min di lettura21 ott

Campi senza rete: perché il digitale agricolo resta a metà

Le aziende agricole mostrano interesse per l’innovazione, ma connessioni insufficienti, credito e burocrazia rallentano la diffusione delle tecnologie avanzate

La connessione internet divide ancora le campagne italiane in tre blocchi quasi equivalenti: una parte delle aziende dispone già della fibra, un’altra potrebbe essere raggiunta grazie alla vicinanza delle infrastrutture e una terza resta fuori dai piani di copertura. È il quadro emerso dall’incrocio tra la mappa delle imprese associate a Coldiretti e i dati di Open Fiber e dei piccoli operatori locali.

Per superare il problema, Coldiretti sta valutando con l’Associazione italiana internet provider la creazione di reti condivise nelle aree rurali. L’ipotesi riguarda gruppi di quattro o cinque aziende vicine, che potrebbero collegarsi attraverso una soluzione comune.

L’età non basta a spiegare il divario negli investimenti. Gli imprenditori under 40 ricorrono leggermente più degli over 40 a robotica, intelligenza artificiale, blockchain, 5G e realtà virtuale: il 24% contro il 22%. Considerando invece qualsiasi forma di investimento digitale, il dato complessivo è più alto tra le aziende guidate da operatori più anziani, probabilmente perché dispongono di strutture e risorse economiche maggiori.

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Giovani motivati, ma senza credito

Secondo Alessandro Apolito, responsabile dell’Area Innovazione di Coldiretti, molti giovani agricoltori hanno dimestichezza con gli strumenti digitali e mostrano ambizione, ma incontrano difficoltà quando devono finanziare un progetto. «Quasi sempre viene chiesta la firma dei genitori, come se fosse una giustificazione a scuola», ha osservato descrivendo il rapporto tra nuove generazioni e accesso al credito.

Anche nelle realtà più grandi l’età anagrafica non coincide necessariamente con l’apertura all’innovazione. Il dirigente ha ricordato che numerose aziende strutturate sono ancora dirette da persone con più di 60 o 70 anni, spesso poco inclini a delegare le decisioni. La differenza territoriale resta comunque marcata: l’86% delle imprese del Nord ha già realizzato o programmato almeno un investimento, contro il 69% del Centro e il 56% del Mezzogiorno e delle Isole.


Un risparmio nascosto nei dati

L’utilità concreta della digitalizzazione può emergere anche da una voce di spesa apparentemente marginale. Un giovane agricoltore piemontese acquistava i fertilizzanti ogni volta che ne aveva bisogno, senza calcolare l’incidenza complessiva delle consegne. L’analisi effettuata dalla piattaforma Demetra ha mostrato che concentrare gli acquisti in un’unica fornitura annuale gli avrebbe permesso di risparmiare 6mila euro.

L’esempio, riferito da Apolito, mostra perché l’innovazione nelle aziende agricole non coincida soltanto con macchinari autonomi o robot. Il valore può arrivare dall’incrocio delle informazioni su acquisti, lavorazioni, consumi e attività aziendali, così da rendere visibili costi che normalmente rimangono dispersi nei bilanci.


Il settore cresce, ma lentamente

Le imprese agricole interessate a investire sono numerose: otto su dieci si dichiarano disponibili a procedere nei prossimi anni e una su cinque prevede di introdurre entro il 2030 sistemi gestionali basati sull’intelligenza artificiale. La diffusione effettiva delle tecnologie resta però molto più contenuta, soprattutto quando si passa dalle intenzioni all’uso quotidiano.

Nel 2025 il comparto dell’agricoltura 4.0 ha raggiunto un valore di 2,5 miliardi di euro, con una crescita del 9% dopo la contrazione dell’8% registrata nel 2024. Le soluzioni avanzate interessano il 10% della superficie agricola, rispetto al 9,5% dell’anno precedente, pari a oltre 1 milione di ettari. Il 42% delle aziende utilizza almeno uno strumento digitale, mentre soltanto il 9% può essere considerato maturo sotto questo profilo.


Nessuna tecnologia risolve tutto

L’indagine non ha individuato uno strumento capace di trainare da solo la trasformazione. «Non c’è una soluzione decisiva», ha sintetizzato Apolito. La richiesta più frequente degli agricoltori riguarda piuttosto un punto unico in cui riunire informazioni oggi distribuite tra applicazioni diverse.

Un trattore John Deere può dialogare con un programma, una centralina meteorologica con un altro e il Sistema informativo agricolo nazionale richiede ulteriori credenziali. Demetra punta a riunire queste fonti, offrendo una lettura più ordinata dei dati e aiutando anche a verificare la coerenza tra trattamenti, presenze del personale e documentazione aziendale.

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Dati, costi e burocrazia frenano

Per Coldiretti, la gestione delle informazioni è ormai parte della rappresentanza degli agricoltori. L’organizzazione afferma di aver rafforzato i propri centri di elaborazione per conservare i dati sotto il proprio controllo e di aver adottato linee guida sull’intelligenza artificiale. Apolito ha sintetizzato questa posizione dicendo: «Rappresentare i soci significa oggi anche difendere i loro dati».

Il tema riguarda anche l’origine delle tecnologie utilizzate nelle stalle. Coldiretti guarda con preoccupazione agli investimenti di grandi operatori finanziari in strumenti come i collari intelligenti per il bestiame, tra cui quelli sviluppati dalla startup neozelandese Halter e sostenuti dal fondo Founders Fund di Peter Thiel. La questione è stabilire chi controlli le informazioni generate dagli animali, dai terreni e dalle macchine.

Il prezzo delle soluzioni non è sempre proibitivo. Il credito d’imposta Transizione 4.0 viene considerato utile per i macchinari e, secondo Coldiretti, potrebbe sostenere ancora la modernizzazione se rifinanziato. Tuttavia, l’agricoltura di precisione può partire da strumenti molto più economici: una stazione meteorologica può costare circa 5mila euro e i sensori si acquistano con 100-200 euro.

Installati nei punti adeguati, questi dispositivi possono ridurre i consumi d’acqua di circa il 30% e contenere l’uso dei fertilizzanti. A scoraggiare le aziende è spesso la procedura per ottenere il sostegno pubblico: una pratica di 150 pagine per un contributo inferiore a 10mila euro rischia di rendere l’operazione poco conveniente.

La proposta avanzata da Coldiretti è un voucher digitale per comprare strumenti semplici e adattati alle esigenze dell’impresa. Il modello immaginato è simile a quello degli incentivi per le automobili ibride ed elettriche: il venditore controlla la disponibilità delle risorse nella banca dati ministeriale e l’agricoltore completa la richiesta con una firma.


Un censimento utile, ma parziale

I dati sono stati presentati dal Polo Agricoltura Digitale di Coldiretti Next durante la seconda giornata del XXIV Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione, a Roma. Il progetto è nato da circa un anno di lavoro con il Politecnico di Milano e ha raccolto le risposte di 10mila imprese.

Il questionario comprendeva più di 100 domande, elaborate con la valutazione del Politecnico e di un comitato scientifico coordinato dal professor Adinolfi dell’Università di Bologna. Non esistendo un modello europeo specifico per misurare la maturità digitale delle aziende agricole, i promotori hanno costruito da zero il metodo di rilevazione.

Il campione rispetta due criteri precisi: almeno il 40% delle imprese proviene dal Mezzogiorno, come richiesto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, mentre metà è guidata da under 40. Tutte rientrano nella categoria delle micro e piccole imprese secondo i parametri europei.

Il confronto con il censimento agricolo dell’Istat del 2020 invita però alla cautela. Le aziende rilevate allora erano 1.133.023, distribuite su 12,5 milioni di ettari, e i responsabili con meno di 45 anni rappresentavano il 13,4%. Le 10mila imprese analizzate da Coldiretti sono meno dell’1% del totale e includono una quota di giovani molto più elevata: il risultato fotografa soprattutto la base associativa dell’organizzazione, non l’intero sistema agricolo nazionale.

La fotografia resta comunque indicativa delle difficoltà che accompagnano la transizione. Nel Nord, dove la manodopera nelle stalle è più difficile da reperire, la robotizzazione può rispondere a un bisogno immediato, come nel caso della mungitura. Nel Mezzogiorno, invece, la cerealicoltura dispone spesso di margini ridotti e di appezzamenti frammentati, condizioni che rendono più complessi gli investimenti in tecnologie avanzate.

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