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Sukur, dieci anni lontano da casa: il prezzo della rottura con Erdogan

Dall’idolo del Galatasaray all’esilio in California: l’ex attaccante racconta confische, accuse e una vita ricostruita da zero.

Da simbolo del calcio turco a uomo costretto a ricominciare negli Stati Uniti: è questa la parabola di Hakan Sukur, che non sarà sugli spalti della Timsah Arena di Bursa per Turchia-Italia. L’ex centravanti, oggi 55enne, vive da anni lontano dal Paese in cui aveva costruito la propria fama e dal quale è stato estromesso dopo la rottura politica con Recep Tayyip Erdogan.


Un’assenza che racconta dieci anni

Sukur ha lasciato la Turchia a causa dei rapporti con Fethullah Gülen, predicatore musulmano e figura un tempo vicina al presidente turco, poi diventata una delle sue principali avversarie. L’ex calciatore ha sempre respinto l’accusa di aver aderito al movimento di Gülen o di aver preso parte al fallito golpe contro Erdogan.

Intervistato da France Football, ha spiegato di voler rendere pubblica la propria vicenda: "Sono pronto a raccontare tutto. La gente deve sapere cosa sto passando". Ha inoltre chiarito di aver apprezzato le idee di tolleranza e convivenza associate a Gülen, senza però essere mai entrato nel suo partito né essersi definito un suo sostenitore politico.


Dalla politica all’accusa di terrorismo

Dopo aver chiuso la carriera, Sukur era entrato in Parlamento nelle file del partito di Erdogan. In precedenza aveva anche presentato la propria candidatura alla guida della federazione calcistica; nel 1995, inoltre, il presidente turco aveva celebrato il suo primo matrimonio. Il deteriorarsi dei rapporti tra il governo e la rete di Gülen, esploso nel 2013, cambiò però il suo destino.

Sukur abbandonò il partito e rimase deputato indipendente. Nel 2015 fu costretto a lasciare la Turchia e l’anno seguente venne emesso un mandato di arresto per presunta eversione e appartenenza a un’organizzazione terroristica, in relazione al tentativo di colpo di Stato che lui ha sempre negato. Le autorità gli contestavano la vicinanza al movimento Hizmet, guidato da Gülen.


Il nome cancellato dagli archivi

Secondo il racconto dell’ex attaccante, in patria gli sono stati sequestrati i beni, bloccati i conti e arrestato per un periodo il padre. Anche la sua memoria sportiva sarebbe stata rimossa: fotografie eliminate e riferimenti cancellati dagli archivi ufficiali e dalle statistiche del Galatasaray.

"Non ci sono più negli archivi della Federazione o nelle statistiche del Gala, stanno cercando di cancellarmi dalla memoria collettiva", ha dichiarato Sukur. Per lui, il proprio caso sarebbe stato utilizzato come monito per intimidire l’intera società e mostrare che il potere può colpire anche una delle figure più conosciute del Paese.

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La nuova vita in California

Negli Stati Uniti Sukur abita con la moglie e i tre figli in un bungalow nei pressi di San Francisco. Possiede una Green Card, ma non incontra i genitori da quasi dieci anni. Per mantenersi ha svolto diversi lavori: autista per Uber, venditore di libri e consulente per il calcio giovanile dell’Università di Stanford.

Ha anche aperto una panetteria, attività che però è fallita accumulando debiti. Oggi gestisce un canale YouTube e segue giovani calciatori statunitensi, mentre continua a coltivare il desiderio di rientrare un giorno in Turchia.


Il padre e la scelta dell’esilio

Sukur ha raccontato che il padre, estraneo alle accuse, venne arrestato e usato come strumento di pressione. Gli sarebbe stato proposto di tornare in patria, sostenere pubblicamente il presidente e ottenere in cambio la liberazione del genitore e la restituzione delle proprietà.

L’ex nazionale turco ha detto di aver scelto di non cedere, pur sapendo che quella decisione avrebbe avuto conseguenze personali pesanti. Ha spiegato di aver preferito difendere le proprie convinzioni su democrazia, uguaglianza e diritti umani, anche per garantire ai figli una crescita libera.

La permanenza negli Stati Uniti, dove sostiene di poter parlare senza paura e sotto la tutela dello Stato di diritto, gli ha permesso di proteggere la famiglia. Ma il prezzo è stato altissimo: ha perso il patrimonio costruito in patria, i contatti con i genitori e la possibilità di vivere normalmente nel Paese in cui era stato un eroe sportivo.

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