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Sport 3 min di lettura1 ora fa

Premier League, i club medi cambiano le gerarchie: il caso United

Brighton, Brentford e Bournemouth sfidano il vecchio equilibrio con talenti scovati all’estero, investimenti selettivi e una programmazione più paziente.

La classifica e i risultati recenti raccontano una Premier League meno prevedibile: mentre alcune società di tradizione faticano a ritrovare continuità, Brighton e Brentford occupano posizioni di vertice grazie a strategie costruite nel tempo. Il prestigio e la disponibilità economica dei grandi club non bastano più, da soli, a garantire un posto stabile tra le prime.

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Il modello Brighton porta risultati

Il Brighton è l’esempio più evidente di questa trasformazione. Jan Paul van Hecke, arrivato nel 2020 per circa 2,1 milioni di euro, è stato mandato in prestito a Heerenveen e Blackburn prima di diventare un elemento importante della squadra. La scorsa estate il difensore olandese è passato al Tottenham per una cifra vicina ai 60 milioni.

Secondo i dati riportati dal Times, nelle ultime sei stagioni il Brighton ha ceduto 11 calciatori ai sei club più prestigiosi d’Inghilterra, ottenendo complessivamente 593 milioni di euro e plusvalenze pari a 462 milioni. Il progetto prevede di accompagnare gradualmente i giocatori, valorizzarli e reinvestire gli incassi quando arrivano offerte rilevanti.

La stessa logica ha permesso al club di spendere circa 173 milioni nell’ultima sessione estiva, più della Juventus. L’Ipswich Town, invece, ha investito circa 213 milioni, superando la spesa del Barcellona. Sono cifre che mostrano come anche società con ricavi inferiori possano muoversi sul mercato con ambizione, se sostenute da una rete internazionale di osservatori e da un piano pluriennale.


Le grandi perdono terreno

Alla vigilia dell’ultimo fine settimana, il Brighton era terzo e il Brentford sesto. Nello stesso momento, il Manchester United si trovava al 13º posto e il Tottenham al 16º. Il dato non riguarda soltanto una singola fase del torneo: nelle due stagioni precedenti il Chelsea ha concluso al decimo posto, lo United al 15º e il Tottenham al 17º per due volte.

Tra il 2010 e il 2022, una squadra dei sei club storicamente dominanti era rimasta fuori dalle prime otto soltanto in un’occasione. Dal 2023 al 2026, invece, è successo cinque volte su 24 piazzamenti. La crescita delle società di fascia media si intreccia così con le difficoltà delle formazioni più ricche e conosciute.


Manchester United senza direzione

Il caso più grave è quello del Manchester United, ancora lontano dai vertici a 13 anni dall’addio di Sir Alex Ferguson. Dal 2013 sette allenatori permanenti hanno guidato la squadra: David Moyes, Louis van Gaal, José Mourinho, Ole Gunnar Solskjaer, Erik ten Hag, Ruben Amorim e Michael Carrick. Nel frattempo, il club ha speso circa 2,5 miliardi di euro per acquistare giocatori, senza riuscire a invertire stabilmente la rotta.

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Moyes è rimasto meno di una stagione, Van Gaal è stato allontanato dopo il successo in Coppa d’Inghilterra e Mourinho ha conquistato Europa League e Coppa di Lega prima di separarsi dalla società tra tensioni e risultati deludenti. Amorim è stato esonerato a gennaio, dopo mesi segnati da contrasti con la dirigenza e discussioni sull’impostazione tattica.

Anche la posizione di Carrick appare fragile dopo il 4-1 incassato in Champions League contro il Como e il successivo 3-0 subito in campionato dal Bournemouth. Al termine dell’ultima sconfitta, tuttavia, il pubblico di Old Trafford ha applaudito l’allenatore e rivolto soprattutto la propria contestazione ai calciatori e ai dirigenti.

Tra i nomi indicati per la successione figurano Julian Nagelsmann, già commissario tecnico della Germania, Eddie Howe e Antonio Conte. Quest’ultimo ha negato venerdì scorso che fossero in corso negoziati avanzati con il Manchester United.


Il denaro non basta più

Il nuovo equilibrio resta comunque condizionato da una distanza economica ancora enorme. Nel 2024-25 il Liverpool ha prodotto ricavi per circa 810 milioni di euro, più di quattro volte quelli del Brentford. Per ridurre davvero il divario serviranno quindi risultati ripetuti, maggiore forza commerciale e una gestione meno dipendente dall’allenatore del momento.

La Premier League sta cambiando, ma il successo dei club medi dovrà dimostrarsi duraturo. La storia continua a pesare, tuttavia non assicura più alle società più blasonate una presenza permanente nelle zone alte della classifica.

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