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Sport 3 min di lettura1 ora fa

Nazionale, l’allarme di Capello: «Manca la rabbia

Dal futuro degli azzurri al ricordo di Baresi, Fabio Capello ha ripercorso a Trento carriera, idee e momenti decisivi della sua vita nel calcio.

La critica più severa di Fabio Capello riguarda l’identità attuale della Nazionale: secondo l’ex allenatore azzurro, la squadra dedica poca attenzione alla fase difensiva e non mostra abbastanza determinazione quando deve riconquistare il pallone. Il tema è emerso al Festival dello Sport di Trento, durante un incontro con Gianni Valenti, vicedirettore vicario della Gazzetta e direttore scientifico della manifestazione.

Capello, che ha compiuto 80 anni lo scorso giugno, ha ripercorso una carriera costruita tra quattro scudetti da calciatore, l’esperienza in Nazionale, cinque titoli italiani e una Coppa dei Campioni da tecnico. Nel suo percorso anche le panchine di Milan, Roma e Real Madrid, oltre agli incarichi da commissario tecnico e alle esperienze in Inghilterra, Russia e Cina.


Gli azzurri cercano ancora una direzione

Il tecnico friulano ha spiegato di vivere con grande trasporto il rapporto con la Nazionale, tanto da alzarsi in piedi anche davanti all’inno visto da casa. Nonostante questo legame, ha chiarito di non avere rimpianti per non aver guidato gli azzurri.

Sul rendimento della squadra, Capello ha parlato di una fase difensiva poco curata e di un atteggiamento ancora privo della necessaria aggressività. «Non ho ancora visto in questa Nazionale la rabbia di recuperare palla», ha detto, indicando nella mancanza di umiltà condivisa uno dei problemi del calcio italiano.


Più spazio ai giovani e alla tecnica

Capello ha poi criticato la prudenza con cui molti allenatori affrontano l’inserimento dei ragazzi. A suo avviso, i giovani dovrebbero essere provati con maggiore continuità per capire davvero quali qualità possiedono, mentre oggi agli stranieri vengono spesso concesse più opportunità.

L’ex tecnico ha inoltre contestato un modello di gioco troppo concentrato sul possesso e poco incline al rischio, alla verticalizzazione e all’iniziativa individuale. La sua ricetta parte dalla formazione di base: prima della tattica, ha sostenuto, bisogna insegnare tecnica e gesto atletico. La velocità del calcio moderno è aumentata, ma sul piano tecnico il movimento italiano, secondo Capello, ha fatto passi indietro.

Da qui anche il suo appello rivolto alle famiglie. «Lasciate che i giovani si divertano giocando a calcio», ha detto al termine dell’incontro, ricordando i cinque anni trascorsi nei settori giovanili. In quel periodo riuniva i genitori all’inizio della stagione e chiedeva loro di non aggredire arbitri, avversari o altri protagonisti delle partite: in caso contrario, avvertiva, il figlio non sarebbe sceso in campo.

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Baresi, il ricordo più emozionante

Tra i ricordi condivisi a Trento, quello dedicato a Franco Baresi è apparso il più intenso. Capello lo ha descritto come un calciatore umile e di grande valore, ma soprattutto come una persona autentica, capace di impegnarsi totalmente sul terreno di gioco e di mostrarsi generosa anche fuori.

L’ex allenatore ha raccontato che Baresi sapeva scuotere l’intera squadra nei momenti di difficoltà, coinvolgendo anche il pubblico. «Era una scintilla; quando la squadra si addormentava, lui svegliava squadra e pubblico», ha ricordato.

Capello ha citato anche la finale di Belgrado contro l’Ajax, rimasta tra gli episodi più dolorosi della sua carriera. Ancora oggi ricorda di aver visto Johan Cruijff gettare la Coppa con disprezzo nel corridoio dell’autobus della squadra.


Il valore di quel primo «provaci»

Nel ripercorrere l’inizio della propria storia, Capello ha ricordato il sostegno ricevuto dal padre, maestro elementare. Dopo avergli detto che avrebbe potuto tentare la strada del calciatore a condizione di scrivere due lettere ogni settimana, l’uomo lo salutò in stazione con un abbraccio e una parola destinata a restare decisiva: «Provaci».

Quell’incoraggiamento, ha spiegato Capello, rappresentò una svolta mentale e accompagnò ogni fase successiva della sua vita sportiva. Da giocatore ha vinto quattro scudetti e vissuto l’esperienza azzurra; da allenatore ha conquistato cinque campionati e una Coppa dei Campioni, prima di ampliare il proprio percorso internazionale tra club e Nazionali.

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