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Sport 3 min di lettura12 ore fa

Juve, il piano offensivo ha un solo nome: Zhegrova

Il kosovaro sta diventando l’unica fonte di imprevedibilità di una squadra che domina il gioco, ma fatica ancora a trasformare il possesso in gol.

La Juventus sembra aver affidato a Edon Zhegrova il compito di risolvere un problema che in realtà coinvolge l’intero impianto offensivo. Il kosovaro è tra i pochi bianconeri capaci di saltare l’uomo e modificare una partita con una giocata, ma proprio questa dipendenza racconta la difficoltà della squadra più di qualsiasi classifica statistica.

Il paradosso è evidente: la formazione di Luciano Spalletti costruisce, recupera palloni, occupa la metà campo avversaria e mantiene a lungo il controllo del gioco. Quando arriva il momento decisivo, però, il pallone raramente trova la strada della porta. Anche contro il Cagliari si è ripetuto lo stesso copione: presenza costante nella zona offensiva, ma poca concretezza negli ultimi metri.


Zhegrova accende una squadra spenta

Contro il Sassuolo, il suo ingresso aveva cambiato ritmo e inerzia della gara. Con il Cagliari la scena si è riproposta: l’uno contro uno del kosovaro ha creato quella superiorità che il possesso palla, da solo, non riusciva a produrre.

Accanto a lui, Alajbegovic appare come un’altra delle poche soluzioni in grado di rompere gli equilibri attraverso la tecnica individuale. Il problema, tuttavia, non riguarda i due esterni. Se un’intera strategia offensiva si affida alla speranza che Zhegrova trovi un varco, la squadra finisce per consegnargli ogni responsabilità creativa e per smettere di cercare alternative.


Possesso sterile e poca ferocia

La Juventus arriva spesso nell’area rivale dopo aver recuperato il pallone in avanti, ma rallenta proprio quando dovrebbe accelerare. Il tempo concesso agli avversari permette loro di ricompattarsi: così l’area si riempie di uomini e gli spazi scompaiono.

Non basta muovere il pallone con ordine. Servirebbero verticalizzazioni immediate, movimenti senza palla prima che la difesa possa sistemarsi e conclusioni rapide, anche quando la finestra utile è minima. Invece la manovra procede a velocità ridotta, con una prudenza che finisce per togliere efficacia alle occasioni costruite.

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Kolo Muani fuori dal suo habitat

In questo sistema anche Randal Kolo Muani sembra intrappolato in un calcio che non valorizza le sue caratteristiche. Il francese avrebbe bisogno di campo aperto, ripartenze e profondità, cioè delle condizioni che lo avevano esaltato a Francoforte.

Alla Juventus, invece, riceve spesso il pallone contro difese già schierate. Tira poco, si innervosisce e persino l’occasione più favorevole può trasformarsi in un errore: dopo aver trovato con fatica il primo gol stagionale, ha colpito la traversa da distanza ravvicinata. È un centravanti acquistato per un’idea di gioco che, almeno finora, non sembra appartenergli.


Il nodo resta davanti alla porta

La squadra non è priva di schemi o di iniziativa, ma pare essersi fermata a una sola soluzione: gestire il pallone e attendere che la giocata individuale risolva ciò che la manovra non riesce a creare. Una scelta ancora più fragile in una Serie A senza una formazione capace di dominare stabilmente tutte le altre.

Quando la qualità collettiva non basta, si può reagire con intensità, transizioni rapide e aggressività. La Juventus sta invece cercando di compensare le proprie lacune attraverso il palleggio, proprio lo strumento che richiede maggiore precisione tecnica. Il risultato è una squadra capace di comandare molte fasi della partita, ma ancora incapace di completare il gesto più semplice e decisivo: mettere il pallone dentro la porta.

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