Fischi e ginocchio alzato: il calcio inglese si interroga
A Stamford Bridge il gesto contro il razzismo è stato contestato dagli spalti, mentre diversi calciatori ne mettono in dubbio l’efficacia.
A Stamford Bridge il gesto antirazzista è stato accompagnato da fischi prima di Chelsea-Tottenham, riaprendo una discussione mai del tutto sopita nel calcio inglese. A cinque anni dall’introduzione dell’iniziativa, alcuni protagonisti si chiedono se il messaggio conservi ancora la stessa capacità di sensibilizzare.
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Il dissenso arriva dagli spalti
Marc Guehi ha scelto per la seconda volta consecutiva di non inginocchiarsi prima dell’incontro tra Manchester City e Aston Villa. Il difensore ha preferito restare in piedi e applaudire, una posizione già motivata nei giorni precedenti sostenendo che il gesto avesse «perso il significato».
La sua decisione non è isolata. Tra gli altri calciatori rimasti in piedi figurano Issa Diop dell’Ipswich, Dominic Calvert-Lewin del Leeds, Ainsley Maitland-Niles dell’Everton e Rayan e Tyler Adams del Bournemouth. In parallelo, a Londra, parte del pubblico ha manifestato il proprio dissenso durante il rituale prepartita.
Una protesta ormai occasionale
La Premier League ha inserito il momento di protesta in due fine settimana della stagione, sulla base dell’intesa raggiunta dai capitani dei club. Dal 2022, invece, il gesto non precede più ogni gara, come avveniva nella fase iniziale lanciata dopo la morte di George Floyd negli Stati Uniti.
Il ridimensionamento della frequenza non ha cancellato il confronto sul suo valore. Per alcuni giocatori, la ripetizione di un gesto simbolico non basta più a contrastare discriminazioni ancora presenti; per altri, proprio la persistenza degli episodi razzisti rende necessario continuare a esporre pubblicamente quel messaggio.
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Il calcio femminile ha già scelto
La stessa incertezza è emersa nella nazionale femminile inglese. Dopo gli insulti razzisti subiti dalla compagna Jess Carter durante gli Europei del 2025, le giocatrici decisero di non inginocchiarsi prima della semifinale contro l’Italia.
La capitana Lucy Bronze aveva spiegato di non essere certa che quella postura riuscisse ancora a comunicare in modo efficace la lotta al razzismo, considerando il ripetersi degli abusi. La scelta aveva così spostato l’attenzione dal rito alla concretezza dei risultati.
Fare difende il valore del gesto
Piara Powar, responsabile dell’organizzazione antidiscriminazione Fare, sostiene però una tesi opposta. Secondo lui, inginocchiarsi rimane «un potente atto antirazzista» e conserva quindi una funzione pubblica, anche se il movimento non viene più adottato in ogni partita.
Il contrasto tra le due posizioni riguarda dunque più del semplice comportamento prima del fischio d’inizio. La questione è capire se il simbolo abbia esaurito la propria forza oppure se debba essere riproposto proprio perché le discriminazioni non sono scomparse.
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