Pino Daniele, la ferita che ha acceso la musica: il film di Prosatore
Alla Festa del Cinema di Roma, Nicola Prosatore presenta il racconto delle origini del cantautore, interpretato da Massimiliano Caiazzo fino al concerto del 1981.
Il rapporto irrisolto con il padre è il punto da cui Nicola Prosatore ha scelto di osservare Pino Daniele. Nel film Je so’ pazzo, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in sala dal 15 ottobre con 01, il cantautore non viene raccontato come un’icona già compiuta, ma come un ragazzo che cerca la propria strada tra una famiglia difficile, la musica e una Napoli attraversata da contraddizioni.
Per il regista, quella frattura familiare fu una spinta decisiva. Pino, affidato alle zie e cresciuto nel quartiere tra piazza del Gesù e Santa Chiara, avrebbe trasformato quella sofferenza in energia creativa, fino alla scoperta di un linguaggio capace di unire blues, jazz e tradizione napoletana.
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La ferita dietro le canzoni
Prosatore ha ricostruito la vicenda attraverso documenti, testimonianze e materiali rimasti a lungo custoditi. Tra questi c’è un provino recuperato da Alessandro, figlio di Pino Daniele e produttore artistico, nel quale compare una versione iniziale di Je so’ pazzo: il verso oggi noto come “Oggi voglio parlare” era nato con le parole “Oggi voglio sparare”.
Quel cambiamento, secondo il regista, racconta il modo in cui il musicista assorbiva la realtà del periodo e la trasformava in una visione destinata a durare. La Napoli della fine degli anni Settanta, segnata dalla violenza e dall’influenza culturale americana, entra così nella sua scrittura insieme alla sceneggiata, ai primi melodici e alle storie osservate nel quartiere.
A orientare il film è stato soprattutto il legame con il padre Gennaro Daniele, che aveva affidato il figlio alle zie. Prosatore considera quella separazione una ferita profonda e, al tempo stesso, un impulso verso la musica. A convincerlo della centralità di questo elemento è stata anche una lunga conversazione con Dorina Giangrande, prima moglie del cantautore e madre di Alessandro: il loro primo colloquio durò sette ore.
La donna gli raccontò che Pino non partecipò al funerale del padre, ma prima della cerimonia si occupò di vestirne il corpo. Un gesto che il regista ha considerato rivelatore, perché mette insieme distanza e cura, rifiuto e bisogno di chiudere un rapporto mai risolto.
Caiazzo, un volto ancora da scoprire
Massimiliano Caiazzo è stato scelto per interpretare Daniele anche grazie al rapporto professionale già costruito con Prosatore. I due avevano lavorato insieme all’esordio cinematografico dell’attore, quando la sua popolarità non era ancora esplosa. Per il regista, Caiazzo possiede un’intensità agonistica che ha applicato alla preparazione del ruolo.
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L’attore ha dovuto imparare a suonare e a cantare, affrontando mesi di studio e una lavorazione quotidiana ricca di scene complesse. Durante le riprese utilizzava la traccia vocale predisposta dalla produzione, ma cantava realmente sul set. Dopo una prima prova con il trucco prostetico, Prosatore e Caiazzo si sono ritrovati a fumare insieme e a riguardare un’intervista registrata con il telefono: “Non eravamo più Nicola e Massimiliano, ma il regista che parlava con Pino Daniele”, ha raccontato Prosatore.
Il regista ammette di aspettarsi il giudizio del pubblico, ma dice di avvertire soprattutto curiosità e affetto. Per lui, affrontare un artista considerato intoccabile richiedeva prima di tutto studio e prudenza, evitando di trasformarlo in un’immagine sacra. L’obiettivo era invece cercare l’uomo e il ragazzo nascosti dietro il mito.
Dalla Napoli privata al grande palco
La storia parte dall’infanzia e arriva al concerto del 1981 in piazza del Plebiscito, scelto come conclusione del film. In questo percorso entrano gli amori, le prime band, la crescita artistica e il successo, ma anche l’ambiente nel quale Daniele ha formato il proprio sguardo.
Prosatore considera il cantautore una figura capace di mettere in discussione la rappresentazione tradizionale della città. Nelle sue canzoni, Napoli non è soltanto orgoglio e appartenenza: è anche una comunità da osservare con onestà, comprese le sue ombre. “Amiamo questa città, ma proviamo a guardarla nella sua interezza”, è il senso che il regista attribuisce alla voce di Daniele.
Il film vuole infine mostrare aspetti meno conosciuti della sua personalità. Anche chi pensa di sapere già tutto sul musicista, sostiene Prosatore, può incontrare una dimensione privata rimasta fuori dalla scena pubblica: “Qualche stanza in più”, un Pino dietro una porta, lontano dall’immagine consegnata al pubblico.
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