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Spettacolo 4 min di lettura6 giorni fa

Brad Pitt e Odin: il film che lo ha fatto piangere sul tavolo di casa

A San Sebastián l’attore racconta Heart of the Beast, il legame con il pastore tedesco e il ritorno a un cinema più adulto, tra sopravvivenza, memoria e nuove sfide in arrivo.

Da un film all’altro, Brad Pitt sembra aver spostato il baricentro verso personaggi attraversati dal tempo e dalle ferite. In queste settimane guarda anche al ritorno di Cliff Booth, mentre davanti ai giornalisti di San Sebastián ha scelto di parlare soprattutto di ciò che lo ha toccato di più in Heart of the Beast: il rapporto con il cane Odin e una storia che, a suo dire, va letta prima come un legame affettivo e solo dopo come una prova di resistenza.


Un legame che vale più della sopravvivenza

Per Pitt, infatti, il cuore del film non è l’incidente aereo che costringe i protagonisti nella wilderness, ma la relazione tra l’ex militare e il pastore tedesco. L’attore interpreta James Belmont, ufficiale delle Forze Speciali in congedo dopo trent’anni di servizio e missioni in Iraq e Afghanistan, isolato con il suo cane a 58 miglia dalla strada più vicina.

Lui stesso ha spiegato che la sceneggiatura lo ha colpito al primo impatto. Raccontando la lettura fatta in cucina, ha detto di essersi fermato più volte perché era commosso. A spingerlo a dire sì, però, è stato soprattutto il nucleo emotivo del progetto: il modo in cui un uomo e un animale si tengono in piedi a vicenda dopo aver conosciuto la guerra.


Set durissimo, tra freddo e polvere

A dare volto a Odin è stato in gran parte Uber, un pastore tedesco di grandi dimensioni che in passato aveva lavorato come cane poliziotto e poi nel soccorso. Pitt è arrivato in Nuova Zelanda tre settimane prima delle riprese proprio per costruire un’intesa con lui e con gli altri tre cani impiegati nella produzione.

L’attore ha descritto quei giorni come intensi e persino sorprendenti. Nel racconto del set sono entrati il pollo bollito che il cane preferiva, le api, gli animali che spuntavano dalla collina e perfino le espressioni catturate nei primi piani, che lo hanno colpito ancora dopo la lavorazione. Ha ammesso anche di essersi trovato a alternare il mestiere di attore con quello di addestratore, mentre il bosco finiva per rubare attenzione alla troupe.

Il lavoro è stato faticoso anche sul piano fisico: pioggia, gelo, montagne, ghiacciai e giornate passate all’aperto senza roulotte. In certe location, ha raccontato, persino procurarsi dell’acqua calda per il tè era complicato e per raggiungere il bagno servivano minuti di cammino. Eppure, per lui, proprio quel contesto ha reso speciale l’esperienza.


Piccole vittorie per andare avanti

Nella preparazione Pitt ha parlato con survivalisti, militari ed esperti di addestramento. Da loro ha portato via un insegnamento che considera ancora utile anche fuori dal cinema: nei momenti difficili bisogna concentrarsi sul passo successivo, non sul quadro complessivo.

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La stessa logica, ha osservato, vale nella vita quotidiana. Quando arrivano dolore e sconfitte, l’unico obiettivo sensato diventa la prossima piccola conquista, anche soltanto trovare qualcosa da mangiare. Nel suo discorso è riaffiorato anche un altro tema: nei periodi più bui, ha detto, si è appoggiato soprattutto agli affetti più vicini, agli amici fidati e alla famiglia.

Il film, del resto, gira intorno proprio a questo: due reduci che devono capire come stare in pace dopo aver attraversato la guerra. Pitt ha insistito sul fatto che i militari non portano con sé soltanto danni fisici, ma anche ferite morali e psichiche, e che il rientro può diventare destabilizzante.


Tra Cliff Booth e il cinema da difendere

Mentre Heart of the Beast si prepara all’uscita in sala il 24 settembre con Eagle, l’attore guarda già ai prossimi impegni. Tornerà infatti nei panni di Cliff Booth in Le nuove disavventure di Clif Booth, scritto ancora da Quentin Tarantino ma diretto da David Fincher. Il film uscirà il 26 novembre e sarà poi disponibile dal 23 dicembre su Netflix.

Per Pitt, quel passaggio si lega anche a una riflessione più ampia sull’industria. Ha difeso la fascia di film da 30 a 80 milioni di dollari, che secondo lui oggi fatica a trovare spazio, mentre i grandi titoli e i piccoli indipendenti riescono a muoversi meglio. In parallelo, però, non vede nero sul cinema indipendente: sostiene che oggi possa contare su più attenzione rispetto al passato.

A chiudere il cerchio resta ancora Heart of the Beast, che per lui racconta due esseri segnati dalla guerra e messi alla prova da una pace tutta da imparare. E sul presente, davanti ai cronisti, ha allargato il discorso a un’idea semplice: concentrarsi su ciò che accomuna le persone e prendersi cura di chi ci sta accanto. Per lui è già un buon punto di partenza.

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