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Salute 2 min di lettura2 ore fa

Tumore del retto, la svolta dell’immunoterapia: cosa cambia per alcuni pazienti

Nel 71% dei casi trattati con dostarlimab è scomparsa la malattia, permettendo di evitare interventi e terapie tradizionali in una minoranza selezionata.

L’Italia utilizza già questa strategia nei pazienti con tumore del retto localmente avanzato e instabilità dei microsatelliti. Secondo Lisa Salvatore, oncologa del Policlinico Gemelli e ricercatrice dell’Università Cattolica di Roma, i nuovi risultati consolidano una pratica già adottata nel nostro Paese grazie alla disponibilità di dostarlimab e all’approvazione dell’Aifa attraverso la legge 648.

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L’Italia ha già cambiato approccio

La terapia riguarda una quota molto ridotta dei malati, stimata intorno al 2-3% dei casi di tumore del retto. Si tratta di persone il cui tessuto tumorale presenta l’instabilità dei microsatelliti, un’alterazione che deve essere individuata esaminando le biopsie.

«Questi risultati non modificano la pratica clinica, ma confermano ciò che stiamo già facendo da tempo», ha spiegato Salvatore. Per l’esperta, identificare rapidamente questi pazienti è essenziale, perché l’immunoterapia può rappresentare per loro un’alternativa ai trattamenti convenzionali.


Controlli stretti dopo la risposta

La rinuncia all’intervento non significa interrompere le verifiche. Chi ottiene la scomparsa clinica della malattia può entrare in un percorso di sorveglianza non chirurgica, con risonanze magnetiche e rettoscopie ripetute a intervalli ravvicinati.

La gestione deve avvenire in strutture esperte e attraverso un gruppo multidisciplinare. Ne fanno parte radiologo, oncologo, radioterapista, chirurgo ed endoscopista: insieme devono confermare la risposta, seguirne la durata e riconoscere rapidamente eventuali ricomparse. Se il tumore torna, il paziente può essere indirizzato verso chemio-radioterapia, chirurgia o una combinazione dei due trattamenti.


Una risposta completa nel 71% dei casi

Il dato arriva dallo studio Azur-1, presentato al congresso della Società europea di oncologia medica in corso a Madrid. Nei pazienti con malattia localmente avanzata dMMR/MSI-H, la risposta clinica completa è stata osservata in 7 casi su 10, pari al 71%.

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«Non siamo abituati a vedere un risultato del genere», ha commentato Salvatore. La risposta non viene stabilita sulla base di un solo esame: servono una risonanza magnetica senza evidenza radiologica di tumore e un controllo endoscopico che documenti la scomparsa della malattia. La valutazione deve essere affidata a specialisti esperti e discussa collegialmente.


Il vantaggio di evitare la chirurgia

L’obiettivo principale della ricerca non era soltanto verificare quante persone raggiungessero una risposta completa, ma anche capire se questa condizione restasse stabile dopo 12 mesi. Tra i pazienti valutabili, il mantenimento è risultato pari al 68%.

Dopo circa 6 mesi di immunoterapia, molti partecipanti non hanno avuto bisogno di radioterapia, chemioterapia né operazione. È un risultato rilevante perché la chirurgia del retto può comportare conseguenze pesanti: oltre ai possibili effetti della radioterapia, sono riportati disturbi sessuali, incontinenza e, in alcuni casi, la necessità di una stomia permanente.

La strategia, tuttavia, non può essere estesa indistintamente a tutti i malati. Chi non raggiunge una risposta completa deve seguire il percorso standard, che può comprendere le terapie oncologiche tradizionali e l’intervento chirurgico. Lo studio conferma quindi l’importanza di selezionare con precisione i pazienti attraverso l’analisi del tessuto tumorale e di affidare il monitoraggio a centri con esperienza specifica.

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