Follini: gli eccessi della politica svuotano il confronto
L’analisi di Marco Follini critica il linguaggio indignato e ripetitivo che allontana gli elettori dall’impegno pubblico
Marco Follini sostiene che la politica italiana, affidandosi agli eccessi verbali, finisca per svuotare il confronto pubblico.
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La crisi oltre le buone maniere
Secondo Follini, la risposta non consiste nel recuperare un antico codice di comportamento. Il problema, scrive, è la perdita di partecipazione: sempre meno cittadini vanno a votare e sempre meno persone scelgono di dedicare tempo all’impegno pubblico.
L’autore individua una vera crisi delle vocazioni politiche. Le divisioni esasperate e le contrapposizioni costruite con toni incendiari, a suo giudizio, non aiutano a ricostruire il rapporto con la società, perché alimentano discussioni che appaiono meno credibili di quanto vengano presentate.
Il disinteresse degli elettori
A rendere inefficace questo linguaggio è anche la sua ripetizione. Le accuse si susseguono, ma dopo poche ore perdono forza e lasciano spazio a una disattenzione crescente, mentre il coinvolgimento nella vita collettiva continua a ridursi.
Follini osserva che l’opposizione non è estranea a questo meccanismo. Lo stesso stile, aggiunge, è stato adottato da organizzazioni sociali e categorie professionali: il sospetto viene usato per costruire le proprie tesi e il tono perentorio per attribuire loro maggiore peso.
La polemica su Youssef Siher
Il ragionamento parte anche dalla reazione di Giorgia Meloni alla decisione del gip di annullare l’arresto di Youssef Siher, richiesto dalla Procura di Milano. La presidente del Consiglio aveva definito quella scelta «vergognosa», trasformando il giudizio in una condanna morale, oltre che politica.
Per Follini, quelle parole non possono essere liquidate come una semplice uscita destinata a scomparire dal dibattito. A suo giudizio, assumono un rilievo particolare perché arrivano da un governo che finora non avrebbe cercato un dialogo con il fronte della protesta, accentuando la distanza tra i due schieramenti.
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Parole forti senza memoria
Il punto, però, riguarda l’intero sistema politico. Le controversie nascono con grande intensità e si spengono rapidamente, senza lasciare una memoria duratura. Restano soltanto tracce provvisorie, fino alla polemica successiva che riaccende il dibattito.
Questa dinamica produce un confronto fatto di formule sempre più rigide. La politica cerca di mostrarsi combattiva attraverso l’indignazione, ma la ripetizione del rituale finisce per ridurne l’efficacia e per rendere meno ascoltati anche gli argomenti più seri.
Il linguaggio che si consuma
L’autore considera sterile anche il richiamo nostalgico ai dirigenti del passato, capaci di orientare militanti ed elettori verso obiettivi condivisi. Pur riconoscendo le differenze tra le diverse epoche, ritiene che molti protagonisti attuali non siano davvero gli incendiari che il loro linguaggio vorrebbe rappresentare.
Proprio per questo, sostiene Follini, dovrebbero affidarsi maggiormente al senso della realtà. Spesso sono gli stessi leader a non prendere fino in fondo sul serio i propri toni accesi, mentre la durezza delle dichiarazioni sembra compensare risultati concreti giudicati modesti.
La conseguenza è un paradosso: più un’opinione viene espressa con sicurezza assoluta, meno attenzione riesce a ottenere. Le parole usate per commentare decisioni, denunciare presunte manovre o valorizzare la propria parte finiscono così per perdere significato.
La contesa pubblica, conclude l’analisi, divora progressivamente il proprio contenuto. L’approvazione cercata attraverso lo scontro lascia un vuoto, invece di produrre consenso reale.
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