Europa forte, ma senza freni? Il nodo che imbarazza Meloni
Tra veto, Stato di diritto e fondi congelati, il governo italiano difende il peso nazionale in Ue ma lascia aperta una domanda politica cruciale.
L’Italia chiede un’Unione europea più solida, ma nella pratica continua a difendere margini di blocco che ne rallentano le decisioni. È il paradosso che emerge da diversi dossier aperti a Bruxelles e che rimette al centro una questione semplice: quanto potere è davvero disposta a cedere Roma all’Europa che dice di voler rafforzare?
Il braccio di ferro sullo Stato di diritto
A Bruxelles, Tommaso Foti ha chiesto di separare il richiamo allo Stato di diritto dalla possibilità di sospendere i soldi dell’Unione. La linea italiana punta a criteri oggettivi e a un trattamento uniforme tra i Paesi membri, ma il sistema europeo già prevede un legame preciso: i fondi si possono fermare solo se una violazione mette in pericolo in modo diretto la gestione del denaro comune.
Inoltre non si tratta di un meccanismo immobile. Proprio nelle ultime ore la Commissione ha proposto di liberare 4,2 miliardi di euro finiti in congelamento per l’Ungheria, dopo le riforme varate dal nuovo esecutivo. Se il Consiglio darà il via libera, torneranno disponibili anche Erasmus+ e Horizon Europe per gli atenei coinvolti.
Un veto che pesa su tutta l’Unione
Il nodo non riguarda solo i fondi. Giorgia Meloni continua a difendere il potere di veto nelle decisioni europee, e l’Italia è rimasta fuori dall’iniziativa promossa da undici governi, compresi Francia e Germania, per rendere meno agevole il blocco della politica estera dell’Ue. Antonio Tajani, invece, si è detto favorevole a superarlo.
Presentato come una tutela della sovranità nazionale, quel diritto si traduce anche nella possibilità di lasciare ferme per anni scelte che riguardano tutti gli altri Paesi. Il problema, dunque, non è teorico: il potere di fermare una decisione comune può appartenere a un solo governo, anche quando la maggioranza è pronta ad andare avanti.
Mes, Safe e il precedente che non passa
Un caso emblematico è quello del Mes. Nel dicembre 2023, la Camera ha respinto la ratifica della riforma e l’Italia è rimasta l’unico Paese a bloccarla. Al centro c’era una rete di protezione comune per il fondo destinato alle crisi bancarie, cioè una linea di credito di ultima istanza da attivare se le risorse messe dalle banche non bastano.
Tutti gli altri Stati interessati hanno completato il passaggio parlamentare, ma l’eurozona resta senza quella salvaguardia. Nel 2025, Christine Lagarde ha richiamato pubblicamente il Paese che impedisce al Mes di svolgere fino in fondo il proprio ruolo; nei giorni scorsi anche Kyriakos Pierrakakis, presidente dell’Eurogruppo, ha rilanciato la necessità di completare l’Unione bancaria.
Lo stesso schema si è visto sullo strumento europeo Safe, pensato per i prestiti alla difesa. Al governo italiano erano stati assegnati fino a 14,9 miliardi, ma ad agosto Roma ha chiesto solo otto miliardi. Ricorrere a quel canale comune è stato giudicato corretto, ma resta aperto il dubbio sul ritardo e sul taglio della richiesta.
La domanda che resta a Meloni
Le singole vicende hanno origini diverse, ma insieme convergono su un punto politico: l’Europa viene invocata come forza contro minacce esterne, ma non sempre è lasciata libera di decidere al proprio interno. Lo si vede anche nel rapporto Liberties di marzo, che segnala arretramenti italiani sulla libertà dei media e sui contrappesi democratici e colloca il Paese tra i cinque definiti «dismantlers» dello Stato di diritto.
Si può contestare un giudizio tanto duro, ma non il tema del controllo sui governi. Per questo la questione torna alla presidente del Consiglio: se chiede un’Europa forte davanti a Putin e magari anche davanti a Trump, deve chiarire se la vuole forte anche nei confronti dei governi nazionali. Perché un’Unione capace di contare davvero non può dipendere, ogni volta, dal permesso di chi preferisce bloccarla.