Tuffi estremi e amore: il sogno olimpico di Elisa e Andrea
Dalla piscina di Trieste alle piattaforme di 27 metri, i due atleti raccontano paura, complicità e ambizioni condivise nel cliff diving
Per Andrea Barnabà il traguardo più grande resta vincere un Mondiale e vedere, un giorno, il cliff diving inserito nel programma olimpico. Elisa Cosetti, invece, immagina un futuro legato all’arredamento di yacht. Intanto entrambi continuano a costruire la propria vita tra allenamenti, studio e salti da altezze che possono raggiungere i 27 metri.
Due sogni oltre la piattaforma
Elisa frequenta online il corso di design industriale e avrebbe voluto vivere l’esperienza universitaria in presenza. Gli impegni sportivi, però, rendono difficile seguire lezioni e allenamenti nello stesso modo dei suoi coetanei. Il suo interesse professionale guarda all’interior design e alla progettazione degli spazi, con un’attenzione particolare al mondo degli yacht.
Andrea, invece, concentra quasi tutte le proprie energie sui tuffi. Quando non è in piscina, cerca comunque di ritagliarsi momenti lontani dalla preparazione: passeggia, trascorre tempo al mare, usa la tavola da pagaia, gioca ai videogiochi e segue soprattutto One Piece. La trasferta a Fukuoka, anche per la sua passione per la cultura giapponese, lo aveva lasciato entusiasta.
Trieste ha dato loro il trampolino
La città d’origine ha avuto un peso decisivo nel percorso di entrambi. Andrea ricorda che, da bambino, un uomo incontrato al mare lo invitò a provare prima un salto all’indietro e poi una capriola. Da quel momento il padre iniziò a suggerirgli di dedicarsi ai tuffi, fino a quando il figlio decise davvero di cominciare.
A Trieste i due hanno trovato una piscina adatta e una società capace di sostenere la disciplina. Non è una condizione comune in Italia: le strutture con piattaforme abbastanza alte sono poche e il passaggio dai tuffi tradizionali alle grandi altezze diventa così ancora più complesso. Per Andrea si tratta quasi di due sport distinti: nel cliff diving il tempo in aria aumenta e l’atleta deve saper correggere anche una partenza non perfetta per salvare l’esecuzione.
La coppia che riduce la paura
La loro relazione è nata dopo anni di conoscenza. Elisa e Andrea si incrociavano già in piscina, pur appartenendo inizialmente a società diverse; il trasferimento di lui nello stesso gruppo li avvicinò fino a trasformare l’amicizia in qualcosa di più. Oggi condividono buona parte della giornata, con due allenamenti separati dalla pausa pranzo, dalle otto del mattino fino alle tre del pomeriggio.
La presenza dell’altro è diventata un sostegno concreto nei momenti di maggiore pressione. Andrea spiega che Elisa riesce a tranquillizzarlo e a ricordargli che può riuscire nell’impresa. Lei, dal canto suo, ascolta le indicazioni del compagno perché le considera suggerimenti sinceri, privi di giudizio e orientati a farla migliorare.
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Quando l’errore può fare male
La fiducia reciproca acquista un valore particolare su una piattaforma sospesa a grande altezza. Andrea ha rischiato di farsi male due volte dai 27 metri e da allora affronta ogni salita con la consapevolezza del pericolo. A quella quota l’impatto con l’acqua può avvenire a circa novanta chilometri orari; un ingresso sbagliato, soprattutto se il corpo arriva piatto, può avere conseguenze pesanti.
Per questo la paura non scompare davvero, ma può essere gestita. Avere accanto una persona che conosce lo stesso rischio gli permette di affrontare il salto con maggiore calma. Anche i risultati vengono vissuti insieme: quando Andrea ottenne il primo podio, chiudendo terzo mentre Elisa terminò la gara all’ultimo posto, lei fu felice soprattutto per il suo risultato. Lui riassunse quel momento con una battuta: «Abbiamo due possibilità per festeggiare».
Dalla piscina alle grandi altezze
Elisa si avvicinò al cliff diving in una fase di incertezza, mentre valutava se proseguire con lo sport e come conciliarlo con l’università. Durante un’esibizione vista a Trieste rimase colpita dalla spettacolarità dei salti: pur praticando già i tuffi, capì di voler provare quella disciplina.
Per Andrea l’idea era arrivata prima, anche grazie ad Alessandro De Rose, il primo italiano a competere con continuità dai 27 metri. Una telefonata e la proposta di entrare in un progetto della Nazionale gli offrirono l’occasione concreta. Il primo salto gli lasciò un’impressione indelebile e gli fece capire di voler continuare finché ne avrebbe avuto la possibilità.
Polignano, il mare dentro la gara
Una delle immagini più forti del cliff diving prende forma a Polignano a Mare, dove una tappa delle Red Bull Cliff Diving World Series trasforma il paesaggio in parte dello spettacolo. Le piattaforme si affacciano sull’acqua e agli atleti restano circa tre secondi per completare capriole e avvitamenti, lo stesso brevissimo intervallo concesso a chi osserva per cogliere ogni dettaglio.
La scena richiama inevitabilmente il desiderio di volare evocato da Domenico Modugno. Ma, una volta saliti a venti metri, l’atmosfera cambia: la caduta dura poco e lascia spazio alla concentrazione sull’ingresso in acqua. È lì che la preparazione tecnica, l’esperienza e la fiducia nella persona accanto diventano decisive.
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