Tradwives, la fuga dal ruolo perfetto: cosa resta dopo la crisi
Le testimonianze delle ex tradwives riportano al centro dipendenza economica, violenza e perdita di autonomia, mentre il modello cerca nuove forme per sopravvivere.
La crisi delle influencer tradizionaliste non coincide con la scomparsa dell’ideologia che le ha rese popolari. Il consenso può diminuire, i volti cambiare e le piattaforme modificarsi, ma l’idea di fondo rischia di ricomparire con un linguaggio diverso e una confezione più aggiornata.
A rendere fragile quel modello sono anche le sue contraddizioni interne: promette sicurezza, ma può produrre isolamento; celebra la libertà di scegliere, pur lasciando spesso impraticabili le alternative. Le storie di chi ha abbandonato quel ruolo mostrano quanto sia difficile distinguere una decisione autentica da un destino presentato come desiderabile.
La crisi non cancella il progetto politico
Negli Stati Uniti si discute del cosiddetto bonus tradwife, un piano che prevede di indirizzare fondi federali destinati ai servizi per l’infanzia verso coppie sposate nelle quali uno dei due partner non lavora fuori casa. Il rischio segnalato è che siano soprattutto le donne a farsi carico della cura, mentre le madri single potrebbero rimanere escluse dai benefici.
Anche in Italia la retorica della famiglia numerosa convive con misure che rendono più difficile la condivisione delle responsabilità. Il governo sollecita la natalità, ma considera troppo oneroso il congedo parentale paritario; nello stesso quadro si collocano i tagli agli asili nido e la cancellazione di Opzione donna. La contraddizione riguarda dunque non solo le singole influencer, ma anche le politiche che possono rafforzare la dipendenza economica.
La perdita di consenso del movimento trumpiano, le difficoltà dell’amministrazione Trump e il ridimensionamento del potere delle influencer alimentano la crisi del fenomeno. Tuttavia, il suo declino pubblico non equivale alla sconfitta delle idee tradizionaliste: quelle idee possono cambiare lessico, piattaforme e protagonisti senza sparire.
Quando la casa diventa una prigione
La vicenda di Bernardine Bluntly rende concreto il conflitto tra immagine pubblica e vita privata. Cresciuta tra Filippine e Stati Uniti dopo la morte della madre, in un ambiente segnato dall’instabilità e dalla violenza paterna, a 16 anni si avvicinò all’evangelismo. In quel contesto maturò l’idea che la devozione religiosa imponesse la sottomissione al marito.
Il matrimonio arrivò molto presto, anche come tentativo di sottrarsi agli abusi subiti in famiglia. Prima di diventare moglie e madre, però, Bluntly aveva immaginato per sé un futuro diverso: desiderava trasferirsi all’estero e insegnare inglese ai bambini. La fede radicale e le aspettative legate al matrimonio finirono per restringere quello spazio di possibilità.
La presenza sui social le offrì inizialmente visibilità, riconoscimento e un reddito. Il pubblico crebbe mentre promuoveva la divisione tradizionale dei ruoli e attaccava il femminismo, fino a trasformare quelle posizioni in un’attività commerciale: le magliette con la scritta «R.I.P. Feminism» venivano vendute a 25 dollari.
Al culmine della popolarità, con 141.000 iscritti su YouTube e 6 figli, Bluntly iniziò a pensare di lasciare il marito. Dietro i contenuti dedicati alla moglie appagata e alla famiglia ideale c’erano, secondo il racconto ricostruito dalla giornalista Amanda Hess per il New York Times, violenza domestica e sofferenza. La distanza tra il personaggio costruito online e la realtà quotidiana rese impossibile continuare a sostenere quel modello senza metterlo in discussione.
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La libertà promessa dalle tradwives
Il termine tradwives identifica donne che scelgono, o dichiarano di scegliere, un’esistenza fondata su matrimonio, maternità e lavoro domestico. La loro rappresentazione digitale richiama un dopoguerra idealizzato: cucine luminose, pane preparato in casa, abiti curati e una disponibilità costante verso il marito. Su TikTok questa estetica ha incontrato un pubblico vasto ed è diventata anche una fonte di guadagno.
Il fenomeno si è affermato durante la quarta ondata femminista come reazione esplicita ai valori progressisti. Alcune protagoniste hanno inoltre contribuito a diffondere messaggi sovranisti e tradizionalisti nelle campagne elettorali dell’America trumpiana. La rassicurazione offerta dalle immagini, però, tende a nascondere il prezzo di quel modello: isolamento, assenza di autonomia finanziaria e difficoltà a uscire da relazioni oppressive.
Nara Smith, che conta oltre dodici milioni di follower su TikTok, ha preso le distanze dall’etichetta e ha preferito descriversi come «una mamma che lavora». Il suo caso non è isolato: altre donne hanno raccontato online il disagio maturato dietro fotografie impeccabili e routine domestiche apparentemente serene.
La scrittrice Betty Friedan definì nel 1963, ne La mistica della femminilità, il «problema senza nome» delle casalinghe americane del dopoguerra: donne circondate dal benessere materiale, ma incapaci di dare una definizione alla propria infelicità. Le tradwives ripropongono quella tensione in forma digitale, trasformando la vita domestica in uno spettacolo ad alta risoluzione.
Una scelta è libera solo se esistono alternative
La critica femminista non riguarda la decisione individuale di dedicarsi alla casa o alla cura dei figli. Il punto è verificare se quella decisione avvenga in presenza di diritti, tutele e indipendenza economica, oppure se venga presentata come l’unica strada virtuosa mentre tutte le altre diventano più costose o irraggiungibili.
Il modello promosso dalle tradwives vende a molte giovani donne una promessa difficile da mantenere: non soltanto la vita domestica, ma anche la possibilità di trasformarla in successo mediatico. La maggior parte delle persone non dispone tuttavia di grandi numeri, introiti consistenti o una rete capace di proteggerla quando il rapporto di coppia entra in crisi.
La storia di Bluntly suggerisce che rinunciare progressivamente ai propri desideri può avere conseguenze profonde. L’uscita dal ruolo non coincide con una semplice modifica dell’immagine online: può implicare la revisione della fede, del matrimonio, del lavoro e dell’identità costruita davanti a un pubblico.
Per questo le testimonianze delle ex tradwives hanno un valore che supera il singolo caso. Ricordano che la dipendenza può essere celebrata come cura, la subordinazione come virtù e l’assenza di alternative come libertà. Se il vecchio modello perderà forza, il problema non sarà concluso: l’ideologia potrà tornare con nuovi volti e formule più adatte al tempo presente.
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