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Lifestyle 5 min di lettura1 ora fa

Stallone e il conto del passato: «Il vero amore l’ho capito a 70 anni

In The Steps l’attore ripercorre un’infanzia segnata da rifiuto, violenza e solitudine, fino alla fame di successo nata dai continui no.

A ottant’anni Sylvester Stallone guarda alla propria storia senza nascondere le ferite che hanno accompagnato la costruzione del personaggio duro diventato famoso in tutto il mondo. In The Steps, autobiografia pubblicata in Italia da Rizzoli, l’attore racconta un’infanzia segnata dal rifiuto materno, dalla brutalità del padre, dagli istituti e dalla povertà. Ma lega anche quella sofferenza alla determinazione che lo ha portato a diventare Rocky Balboa.

Nel libro emerge soprattutto una consapevolezza maturata tardi: Stallone dice di aver compreso il significato dell’amore autentico soltanto intorno ai settant’anni. Per gran parte della vita, spiega, è stato impegnato a non trasformarsi nell’ennesimo fallito del quartiere, costruendo la propria identità sulla resistenza e sulla necessità di dimostrare agli altri di avere torto.


Una famiglia vissuta come minaccia

Tra i ricordi più dolorosi c’è il modo in cui la madre Jackie parlava della sua nascita. Secondo Stallone, gli ripeteva che la gravidanza le aveva rovinato la vita e arrivava a ricordargli, quando era ancora bambino, di aver tentato di interromperla. L’attore precisa che quella è la sua versione dei fatti e che nel memoir non compare il punto di vista della madre.

Anche il padre Frank Stallone Sr. viene descritto come un uomo collerico, frustrato e incapace di esprimere affetto. Il figlio racconta di essere stato considerato stupido e di aver ricevuto la violenza come principale forma di educazione. In un’occasione, dopo aver comprato l’oggetto sbagliato in un negozio, sarebbe stato colpito allo stomaco; in un’altra, il padre avrebbe ucciso un gatto per mostrargli una concezione malata della virilità.

Da bambino Stallone subì anche le conseguenze di una lesione al volto provocata dal forcipe durante il parto. La paralisi parziale del lato sinistro gli lasciò la bocca asimmetrica e una pronuncia impastata, caratteristiche poi diventate riconoscibili al cinema. A scuola, però, furono soprattutto motivo di derisione: i compagni imitavano la sua voce e lo chiamavano come il gatto Silvestro. Dopo diverse punizioni e sospensioni, pensò perfino di abbandonare il proprio nome per farsi chiamare Mike.


La fuga dalla violenza

La casa non rappresentava un luogo sicuro. I litigi tra i genitori erano così accesi che, quando era ancora piccolo, Sylvester fu mandato in un pensionato nel Queens. Vi rimase per tre anni, circondato da adulti estranei e visitato dai genitori all’incirca una volta al mese. Ogni incontro durava poco e spesso comprendeva soltanto un piccolo regalo o una barretta di cioccolato.

A dodici anni imparò di nascosto a giocare a polo. Quando il padre lo vide in sella, lo trascinò giù dal cavallo davanti agli spettatori e gli ordinò di andarsene. Quell’umiliazione, racconta Stallone, lo tenne lontano dai cavalli per circa trent’anni.

Il confronto più importante con Frank arrivò quando l’attore aveva quindici anni. I due lavoravano su un tetto e una critica sul modo di usare il martello fece salire la tensione fino a un passo dallo scontro fisico. Padre e figlio sollevarono gli attrezzi, ma nessuno colpì l’altro. Per Stallone fu una prima, piccola vittoria: per la prima volta riuscì a non farsi schiacciare.

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A diciassette anni, invece, fu spedito a Park Lodge, struttura psichiatrica nella quale, secondo il suo racconto, finivano anche adolescenti considerati semplicemente indisciplinati. Prima dell’ingresso gli legarono i polsi e lo rinchiusero in una cella imbottita. In bagno subì un’aggressione e vide le guardie intervenire con violenza contro l’uomo che lo aveva attaccato. Per resistere, continuava a ripetersi: «Non cedere, non cedere, non lasciare che ti spezzino».


Da solo contro tutti i rifiuti

Quando nel 1969 tornò a New York, aveva 80 dollari, nessun alloggio e nessuno da chiamare. Trascorse una notte alla stazione degli autobus di Port Authority e altre due vicino ai bidoni della spazzatura, dietro un bar. In seguito riuscì ad affittare una stanza minuscola nell’East Side, larga circa due metri e trenta e lunga due metri e mezzo. Per risparmiare, arrivò a fare la doccia senza togliersi i vestiti.

La solitudine diventò una presenza costante. Stallone racconta di aver avuto soltanto se stesso, mentre i genitori lo consideravano una causa persa e il fratello Frank affrontava a sua volta i propri problemi. Il rifiuto professionale si aggiunse a quello familiare: gli agenti criticavano il suo aspetto, la voce e persino l’idea che potesse essere uno sceneggiatore credibile.

Un agente gli disse che non aveva l’aspetto di un autore serio, associando gli scrittori a persone eccentriche e impacciate. Stallone ribatté chiedendo se sarebbe stato preso più sul serio con l’aspetto di Woody Allen. La risposta fu che avrebbe aiutato. Decenni dopo, l’attore ammette che i rifiuti non hanno mai smesso di ferirlo: «Quel dolore oscuro e profondo non vi abbandonerà mai completamente. Mai».

La sofferenza, però, si trasformò anche in energia. Stallone sostiene che proprio il sentirsi indesiderato gli abbia dato una fame inesauribile e la spinta a dimostrare il proprio valore. È il paradosso che attraversa il memoir: le persone dalle quali cercava approvazione contribuirono, secondo il suo stesso racconto, a costruire l’uomo capace di inseguire il successo senza arrendersi.


L’inizio con Sasha Czack

Nel percorso che lo portò a uscire dalla precarietà entrò anche Sasha Czack. Stallone non presenta il loro rapporto come una grande storia romantica: la descrive piuttosto come un legame tra due compagni fedeli, rimasti vicini durante gli anni più difficili.

Quando le chiese di sposarlo, racconta che a spingerlo non fu una passione travolgente. La relazione, nelle sue parole, nasceva soprattutto dalla reciproca presenza e dall’aiuto che si erano offerti mentre cercavano entrambi di superare una fase segnata da difficoltà e incertezza.

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