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Lifestyle 2 min di lettura3 ore fa

Silvia Bernardocchi, la malattia e l’ultima sfida per la ricerca

La moglie di Giancarlo Perbellini è morta dopo aver trasformato la propria esperienza con il colangiocarcinoma in un sostegno concreto ai pazienti.

La sua storia personale era diventata un impegno pubblico per aiutare chi riceve una diagnosi di colangiocarcinoma. Silvia Bernardocchi Perbellini, commercialista e moglie dello chef veronese Giancarlo Perbellini, è morta questa mattina dopo aver affrontato un raro tumore delle vie biliari e aver scelto di sostenere la ricerca e l’orientamento dei malati.


Una presenza decisiva per Perbellini

Per anni Bernardocchi aveva lavorato lontano dall’attenzione mediatica, seguendo la parte economica del gruppo Perbellini. Il suo contributo riguardava la gestione delle attività e le decisioni legate all’espansione del progetto professionale del marito.

Il loro legame era emerso pubblicamente nel novembre 2024, quando Casa Perbellini 12 Apostoli aveva ottenuto la terza stella Michelin. Durante la cerimonia, lo chef aveva dedicato quel riconoscimento alla moglie; il suo nome era comparso anche in uno dei menù degustazione del ristorante tristellato.


La diagnosi e l’operazione

La scoperta della malattia era arrivata poco prima di quel riconoscimento. Da Verona, Silvia era stata indirizzata a Padova, dove aveva affrontato un intervento durato 12 ore e concluso con l’asportazione del 60 per cento del fegato.

Nel dicembre 2025 aveva deciso di raccontare il percorso vissuto, senza nascondere la complessità delle cure e delle conseguenze personali. Rivolgendosi idealmente al marito, aveva descritto così la prova da affrontare insieme: «È una montagna ripidissima che saliremo assieme».

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Dalla sofferenza alla ricerca

L’esperienza della malattia l’aveva portata a diventare vicepresidente della Fondazione Colangiocarcinoma Ets, costituita a Padova nel 2025 dal professor Enrico Gringeri, chirurgo dell’Azienda Ospedale Università di Padova, e dalla manager Giorgia Scognamiglio.

L’organizzazione si proponeva di finanziare la ricerca sulle patologie delle vie biliari, ma anche di accompagnare i pazienti nelle fasi successive alla diagnosi. Secondo Bernardocchi, uno degli ostacoli più pesanti era la scarsità di informazioni utili per capire rapidamente a quali strutture rivolgersi: «La prevenzione, per me, è soprattutto informazione».


Un aiuto anche concreto

Il suo impegno non si limitava agli aspetti clinici. La Fondazione puntava a fornire indicazioni sui centri di riferimento e sulle procedure da seguire, includendo questioni pratiche come gli spostamenti e la ricerca di un alloggio durante le cure.

Anche i ristoranti del gruppo Perbellini avevano sostenuto il progetto con una serata benefica, destinando parte dell’incasso alla Fondazione. L’obiettivo, nelle parole di Silvia, era offrire un punto di riferimento a chi si trova improvvisamente senza indicazioni: «Se anche cinque persone in più sapranno dove rivolgersi, avremo portato luce».

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