Selfie ritoccati e ansia estetica, i rischi per l’autostima
Psicologi e medici segnalano richieste legate a immagini irreali, dalla pelle perfetta alla mandibola scolpita
L’insoddisfazione per il proprio aspetto alimenta nuove forme di ansia estetica, legate soprattutto a selfie filtrati e immagini create dall’intelligenza artificiale.
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Accettare il corpo reale
Secondo Giuseppe Femia, psicologo e psicoterapeuta della Scuola di Psicoterapia Cognitiva, corpo, aspetto e dimensione psicologica non possono essere separati. «La bellezza non è perfezione: l’imperfetto è bello», ha spiegato parlando del rapporto con lo specchio e con lo schermo.
Lavorare sull’aspetto può avere senso, ma dovrebbe accompagnarsi a una maggiore consapevolezza personale. Per Femia, una personalità attraente è curiosa, integra e capace di adattarsi: la cura esteriore non dovrebbe diventare un sostituto del lavoro interiore.
I segnali da non ignorare
La frequenza con cui si ricorre a trattamenti, secondo lo psicoterapeuta, è il primo elemento da osservare. Richieste ripetute, obiettivi difficili da raggiungere e fotografie talmente modificate da non poter essere riprodotte nella realtà sono altri campanelli d’allarme.
Familiari, medici, estetiste e professionisti della cura della pelle dovrebbero aiutare la persona a chiarire che cosa desidera davvero. In alcuni casi, rifiutare una procedura è una scelta necessaria, anche se comporta la rinuncia a un guadagno. I dati dell’Osservatorio Agorà indicano che l’83% dei medici respinge almeno qualche volta l’anno una richiesta di trattamento.
Quando il filtro diventa il modello
Il problema riguarda anche gli adulti. Femia osserva che ormai molte fotografie utilizzate per i profili professionali vengono ritoccate e che la possibilità di correggere il volto ha trasformato l’immagine digitale in un riferimento quotidiano.
Alla base, spiega lo psicoterapeuta, possono esserci convinzioni distorte sul proprio aspetto e sul rapporto tra bellezza e capacità di essere amati. Il confronto non avviene più soltanto con persone famose: spesso il modello da imitare è la propria versione filtrata oppure un volto inesistente prodotto da un sistema informatico.
Il volto deformato dallo smartphone
I dati presentati al Congresso di Medicina Estetica di Milano mostrano che il 58% dei medici riceve almeno una volta al mese pazienti con un selfie filtrato come esempio. Un professionista su tre ha inoltre già incontrato immagini generate dall’intelligenza artificiale.
Anche la fotografia non modificata può alterare la percezione. Uno studio del 2022 di Pressler e colleghi, pubblicato su Plastic and Reconstructive Surgery, ha rilevato che a circa 30 centimetri il naso può apparire più lungo del 6,4% rispetto a uno scatto realizzato a un metro e mezzo.
Altri lavori hanno documentato il ricorso a modifiche digitali per restringere il naso o sollevare gli angoli della bocca. Nel 2018 alcuni dermatologi della Boston University hanno definito questo desiderio di somigliare alla propria immagine filtrata con l’espressione «dismorfia da Snapchat».
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Un modello che uniforma i volti
L’ansia estetica, osserva Femia, non coincide soltanto con la difficoltà di accettare un’imperfezione. Significa anche soffrire la distanza rispetto a uno stereotipo e cercare di correggere i propri lineamenti fino a renderli simili a quelli del modello dominante.
Labbra, ciglia, unghie, capelli e pelle tendono così a seguire gli stessi canoni. L’Osservatorio Agorà riferisce che tra gli esiti più frequentemente corretti dai medici c’è il volto gonfio provocato da un uso eccessivo dei riempitivi. Per Femia, dietro questa uniformità non c’è soltanto un problema di immagine, ma una difficoltà legata all’identità.
La ricerca della perfezione
L’immagine desiderata è spesso riconosciuta come irrealistica, ma questo non impedisce di tentare di trasferirla nel mondo concreto. La correzione del corpo può diventare una via di fuga da caratteristiche vissute come insufficienti e offrire un sollievo temporaneo a un senso di vuoto.
Il fenomeno interessa anche i ragazzi. Il 47,6% dei medici interpellati dall’Osservatorio Agorà registra un aumento delle richieste maschili concentrate su singoli dettagli, come una mandibola più definita. In questo ambito cresce la ricerca di interventi e pratiche destinate a portare al massimo ogni elemento del viso e del corpo, talvolta anche attraverso metodi estremi.
Quando il disagio diventa clinico
In terapia, racconta Femia, arrivano persone dall’aspetto modificato secondo l’ideale desiderato, ma ancora segnate da angoscia e frammentazione interiore. La cura della parte esterna può diventare una strategia inefficace per gestire il dolore: risolto un dettaglio, se ne individua subito un altro da correggere.
Nei casi più gravi si può parlare di dismorfismo corporeo, cioè di una preoccupazione ossessiva per un difetto minimo o assente. Il disturbo interessa circa il 2% della popolazione e raggiunge una quota compresa tra il 7% e il 13% tra le persone che si rivolgono a dermatologi e chirurghi estetici, secondo una revisione internazionale del 2026 firmata da Veale e colleghi.
Il ruolo delle estetiste
Le cabine estetiche sono spesso il primo luogo in cui emergono queste insicurezze. Le professioniste ascoltano clienti che chiedono una pelle simile a quella mostrata nei video, trattamenti anti-età in età molto giovane o risultati basati su fotografie alterate.
Rosanna Dambra, esperta di cura della pelle per Image Skincare, ha raccontato che è diventato più difficile spiegare alle giovanissime l’assenza di una reale necessità di trattamenti esfolianti per ottenere una pelle perfettamente liscia e luminosa. Le operatrici più esperte possono rifiutare una procedura, ma non hanno la certezza che la cliente non si rivolga altrove.
Femia invita a non considerare il corpo e la mente come ambiti separati. «Se si forza una parte, si altera l’insieme», ha detto, sottolineando la necessità di intervenire anche sulla consapevolezza e sull’accettazione dei propri limiti.
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