Scuola sotto stress: perché gli esperti puntano sugli psicologi
Tra isolamento, social e imitazione, psichiatri e criminologi chiedono meno repressione e più ascolto negli istituti, mentre i metal detector vengono bocciati.
La prevenzione, secondo gli esperti, dovrebbe iniziare già alle elementari e coinvolgere anche gli adulti. Il problema non riguarda soltanto gli studenti: la corsa al digitale ha superato la capacità delle famiglie di sviluppare difese adeguate, e così certi rischi entrano in casa senza essere riconosciuti.
La richiesta: più ascolto, meno controllo
Di fronte alle aggressioni nelle scuole, la risposta indicata da psichiatri e criminologi non passa dai varchi di sicurezza. Federico Tonioni, psichiatra e responsabile del Centro per il cyberbullismo del Policlinico Gemelli di Roma, sostiene che i metal detector non cambierebbero davvero le cose, perché chi vuole colpire qualcuno può farlo anche fuori dall’istituto e senza portare con sé un’arma.
Per questo, la proposta centrale è un’altra: inserire psicologi nelle scuole. Secondo Tonioni, i ragazzi cercano ascolto e hanno bisogno di uno spazio in cui parlare prima che la tensione si trasformi in gesto violento.
Social, isolamento e imitazione
Sul fondo di questi episodi, osserva Marco Dugato, ricercatore senior del Centro studi di criminologia Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pesa anche la vicinanza temporale tra i fatti. È proprio quella distanza ridotta tra un caso e l’altro, spiega, a rafforzare la dinamica dell’emulazione tra i più giovani.
Dugato collega poi il fenomeno a un progressivo impoverimento delle relazioni sociali e a una familiarità crescente con la violenza, che finisce per apparire normale. In questa cornice, racconta, molti adolescenti vivono una condizione di ritiro e isolamento, mentre il web diventa il posto in cui provare a costruirsi un’identità.
Lì, aggiunge, alcuni finiscono in gruppi e chat dove sopraffazione e brutalità dominano perché sembrano offrire una sicurezza solo apparente. Il rischio aumenta quando l’identificazione passa attraverso contenuti che trasformano il conflitto in qualcosa di abituale.
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Un pubblico sempre più giovane
Il quadro, per l’esperto, si complica ulteriormente perché l’età dei coinvolti si abbassa. In parallelo, si abbassa anche quella di chi entra in contatto con immagini e contenuti violenti sui social, spesso già da preadolescente o addirittura da bambino.
A spingere questa esposizione contribuisce anche la forte attrazione per i fatti di cronaca nera, alimentata da serie tv, podcast e post di influencer. È un meccanismo che, secondo Dugato, produce una forma di abitudine alla violenza e ne attenua la percezione del rischio.
La pressione degli schermi
Tonioni insiste infine sul peso dei dispositivi. I ragazzi, spiega, vivono sospesi tra il desiderio di essere notati e il timore del giudizio, immersi in una presenza continua di schermi portatili e interattivi.
Per questo ritiene necessario intervenire presto, e non soltanto sui minori. Anche gli adulti, osserva, spesso non colgono appieno i pericoli perché il cambiamento tecnologico è stato troppo veloce; dentro questa frattura, conclude, si sono affermate anche nuove forme di assenza genitoriale che per lungo tempo sono rimaste invisibili.
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