Roberta Recchia, dagli scatoloni all’America: il successo arrivato a 50 anni
Dai primi racconti tenuti nascosti alla consacrazione internazionale, il percorso della scrittrice che ha trasformato la scrittura in una seconda vita
Il riconoscimento del New York Times ha lasciato Roberta Recchia incredula, quasi dentro una scena irreale. Dopo l’uscita negli Stati Uniti di Tutta la vita che resta, la scrittrice romana ha visto il proprio nome accostato a quello di Elena Ferrante, mentre il suo esordio superava le 200 mila copie e i diritti venivano venduti in 17 Paesi.
Il successo arrivato dopo i cinquanta
Recchia ha 54 anni e, prima di diventare una presenza stabile nelle classifiche, conduceva una vita lontana dai riflettori. Il primo romanzo, pubblicato dopo i 50 anni, è diventato rapidamente un caso editoriale; anche il libro successivo, Io che ti ho voluto così bene, ha ottenuto un risultato analogo.
Il terzo romanzo è già pronto e si intitola Le sconosciute, con uscita prevista a gennaio. La scrittrice, però, continua a descriversi come una normale insegnante di inglese, ruolo con cui la sua famiglia l’aveva sempre identificata prima di scoprire, a ridosso della pubblicazione, che scriveva da anni.
La scrittura come rifugio
L’invenzione di storie è comparsa nella sua infanzia, quando Recchia attribuiva alla realtà familiare episodi fantastici e dettagli immaginari. A sette anni, dopo aver raccontato di vedere rondini viola in casa, fu accompagnata all’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di via dei Sabelli, a Roma. Da allora la pagina scritta diventò il luogo in cui conservare quel mondo interiore.
Alle scuole medie leggeva alle compagne i capitoli appena terminati e modificava il seguito in base alle loro reazioni. Durante l’adolescenza, però, una crisi profonda e problemi alimentari la costrinsero anche a perdere un anno di scuola. La scrittura rimase privata, fatta eccezione per Paola, la sorella non biologica con cui ha sempre avuto un rapporto di piena fiducia.
Dall’azienda alla cattedra
Per molto tempo Recchia non ha pensato di avere le qualità necessarie per diventare autrice. Dopo il liceo linguistico entrò in un’azienda di spedizioni internazionali, dove rimase per 17 anni, mentre continuava a scrivere racconti e romanzi da regalare a Paola in occasione di compleanni e festività. In quel periodo la scrittura le offrì sostegno anche durante un grave problema di salute.
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Poi arrivò la scelta di lasciare il posto fisso, affrontata con una paura tale da spingerla a nascondere la decisione alla famiglia per sei mesi. Nel frattempo si laureò, superò il test per il percorso di abilitazione all’insegnamento e ottenne un posto in graduatoria. Con una maggiore stabilità personale cambiò anche il suo modo di scrivere: lo stile divenne più asciutto, le storie più aderenti alla realtà e la sua voce più riconoscibile.
Il romanzo che non doveva uscire
A Natale del 2022 Recchia consegnò a Paola il manoscritto poi diventato Tutta la vita che resta, inizialmente intitolato Nessun danno apparente. La sorella, solitamente severa nei giudizi, si limitò a definirlo «Carino». L’autrice era pronta a chiudere ancora una volta il file in una cartella del computer, ma il pensiero che quel lavoro potesse andare perduto la spinse a cercare un pubblico.
Contattò in segreto un’agenzia letteraria, scegliendo quella di Laura Ceccacci anche per il logo con il pennino. Il responso fu positivo e il manoscritto venne proposto a diversi editori, dando vita a un’asta. Recchia scelse Rizzoli, riconoscendosi nella collana La Scala, che comprende opere di autrici come Dacia Maraini e Silvia Avallone; insieme al primo contratto accettò anche quello per il secondo libro.
La famiglia e le storie del dolore
La notizia del successo arrivò ai genitori soltanto una settimana prima della pubblicazione. La madre, che la considerava un’insegnante di inglese, si trovò improvvisamente davanti alle vetrine delle librerie, alle interviste televisive e al nome della figlia sulle copertine. Anche per Recchia quel cambiamento fu destabilizzante: quando seppe dell’ingresso in classifica, non capì subito che cosa stesse accadendo e osservò di non aver scritto una canzone.
I suoi romanzi ruotano attorno alle conseguenze della violenza e alle persone costrette a convivere con il dolore. Nel secondo libro la vicenda viene osservata attraverso Luca, fratello dell’assassino, una figura che la scrittrice ha avvicinato con cautela perché il legame con il carnefice può generare una colpa riflessa. I fatti di cronaca nera, ha spiegato, non entrano direttamente nei suoi testi: restano a lungo nella memoria e soltanto dopo la conclusione del libro lei riconosce eventuali echi di casi reali, come il massacro del Circeo, la morte di Wilma Montesi e il caso di Serena Mollicone.
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