Regeni, la sentenza apre un nuovo scontro: cosa accade ora
Tre agenti egiziani sono stati condannati a dieci anni, ma restano aperti i nodi su appello, arresti, risarcimenti e rapporti tra Roma e Il Cairo.
Il governo italiano invita a non confondere la condanna di tre imputati con una responsabilità giudiziaria attribuita all’Egitto nel suo complesso. Antonio Tajani, dopo la decisione del tribunale, ha sottolineato: «La sentenza è di primo grado: c’è stata una condanna, non è stato condannato l’Egitto, ma tre persone». Il ministro ha comunque definito intollerabile l’omicidio di Giulio Regeni e ha ribadito la richiesta di piena collaborazione alle autorità egiziane.
Lo scontro politico resta aperto
Le parole di Tajani hanno provocato la reazione del centrosinistra, che chiede al ministro degli Esteri di riferire in Parlamento. Elly Schlein ha sostenuto che «Nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano. Bisogna prenderne atto».
Anche l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha indicato una conseguenza politica precisa. A suo giudizio, l’Italia dovrebbe reclamare il risarcimento richiesto dall’Avvocatura dello Stato e interrompere i rapporti con un Paese che, secondo le sue parole, «tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici».
Tajani ha respinto le accuse di una linea troppo prudente, spiegando che il governo continua a sollecitare la verità negli incontri con i rappresentanti egiziani. Il ministro ha difeso il ruolo della diplomazia, richiamando anche il rientro in Italia di Patrick Zaki e le iniziative in corso per Nancy Guerra e sua figlia. Ha inoltre negato che le autorità italiane stiano proteggendo qualcuno.
La condanna non chiude il caso
La sentenza riguarda tre dei quattro agenti dei servizi segreti interni egiziani accusati nel procedimento. La pena è di 10 anni di reclusione per il sequestro di Regeni, mentre non è arrivata una condanna per la tortura e l’omicidio del ricercatore. Il tribunale ha disposto anche una provvisionale di 500mila euro a favore della famiglia e di 150mila euro per lo Stato italiano, costituito parte civile.
Le motivazioni dovranno essere depositate entro 90 giorni. Da quel momento potranno essere valutate le eventuali impugnazioni della procura e dei difensori d’ufficio degli imputati, che non hanno mai partecipato al processo e non risultano localizzati.
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Il procedimento è stato possibile grazie a una decisione della Corte costituzionale: in presenza della mancata cooperazione di uno Stato straniero, si può andare avanti anche senza la notifica degli atti agli imputati. Per presentare appello, tuttavia, il legale avrebbe bisogno di una procura speciale sottoscritta dal proprio assistito. Resta quindi da capire se sarà necessario un nuovo passaggio davanti alla Consulta.
Arresti e risarcimenti sono incerti
Il pagamento delle somme riconosciute dal tribunale rappresenta uno dei primi interrogativi pratici. Un altro riguarda l’esecuzione delle pene: i condannati, rimasti sempre fuori dall’aula e privi di un domicilio comunicato alle autorità italiane, dovrebbero essere arrestati per scontare la reclusione.
Già dopo la prima decisione potrebbe essere valutato l’inserimento dei loro nomi nei circuiti dell’Interpol, insieme a una richiesta di misura cautelare. Tra Italia ed Egitto, però, non esiste un accordo bilaterale sull’estradizione, e Il Cairo finora non ha dato seguito alle richieste di collaborazione.
Nel caso di una condanna definitiva, l’Italia potrebbe emettere un ordine di esecuzione e chiedere formalmente l’arresto degli imputati all’Egitto. Un’eventuale cattura potrebbe inoltre avvenire in altri Paesi, qualora gli interessati vi si recassero. È invece considerato poco probabile che lascino volontariamente il territorio egiziano.
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