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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Quando la natura svanisce: il viaggio dell’arte da Monet a Mondrian

A Palazzo dei Diamanti, Ferrara, un’esposizione segue la trasformazione della pittura dall’osservazione del paesaggio alla nascita dell’astrazione.

Il punto d’arrivo è una realtà che non imita più il mondo visibile: con la Composizione N. II del 1929, Piet Mondrian organizza linee e campi cromatici in uno spazio mentale, quasi matematico. È l’esito estremo di un percorso che a Ferrara mette in relazione natura, percezione e modernità, mostrando come l’arte abbia progressivamente cercato nuove forme per interpretare il reale.


Kandinsky apre la strada all’astrazione

A Palazzo dei Diamanti, la mostra “Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità” segue una traiettoria che dall’Ottocento arriva ben dentro il Novecento. L’esposizione, realizzata con il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, è curata da Sandra Kisters e Vasilij Gusella, sotto la direzione di Pietro di Natale, e resterà aperta fino al 10 gennaio 2027.

Il passaggio decisivo è rappresentato da Wassily Kandinsky, autore di Lirico del 1911. Nella sua pittura il colore non serve più soltanto a descrivere una superficie: diventa tensione, sentimento, energia autonoma. Le forme si sfaldano e sembrano perdere la riconoscibilità consueta, ma conservano il ricordo del mondo da cui provengono. L’astrazione, dunque, non cancella l’esperienza della natura: la trasforma in emozione interiore.

Mondrian porta questa ricerca verso un esito diverso. Se Kandinsky affida la pittura alla vibrazione lirica, l’artista olandese costruisce un ordine rigoroso attraverso segmenti e campiture cromatiche. La natura resta il punto di partenza, ma non compare più direttamente sulla tela: “L’aspetto delle cose in natura cambia, mentre la realtà rimane costante. C’è quindi un qualcosa che non muta mai ed occorre pertanto che la pittura si sganci dai particolari per diventare una chiara espressione dell’universale”.


Dalla luce alla percezione

Il percorso espositivo prende avvio dalla Scuola di Barbizon, dove pittori come Constant Troyon, Théodore Rousseau, Charles-François Daubigny e Narcisse Díaz osservano il paesaggio privilegiando la forza della luce e del colore. Le pennellate rapide e dense restituiscono una natura colta nella sua concretezza, lontana dalle composizioni idealizzate della tradizione accademica.

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Anche Gustave Courbet parte dall’esperienza diretta del territorio. A proposito del paesaggio, sosteneva: “Per dipingere un paesaggio, bisogna conoscerlo. Io conosco il mio paese, lo dipingo”. In mostra compare la tela dedicata ai meli del padre, realizzata poco prima del definitivo abbandono di Ornans, il luogo a cui l’artista era profondamente legato.

Da queste premesse nasce la svolta impressionista, maturata a Parigi nell’ultimo quarto dell’Ottocento. Monet e gli altri protagonisti del movimento non cercano più un’immagine stabile e definitiva, ma registrano il mutamento della luce e l’instabilità di ciò che l’occhio percepisce. La pittura si concentra così sull’esperienza visiva, mettendo in discussione il rapporto tradizionale tra immagine e realtà.

Il puntinismo di Georges Seurat e Paul Signac rende sistematica quella ricerca: i colori vengono separati in piccoli tocchi e l’unità dell’immagine si ricompone soltanto a una certa distanza. La mostra collega quindi questa sperimentazione alle esperienze italiane dei Macchiaioli e dei Futuristi, fino alla libertà espressiva di Van Gogh e alla successiva dissoluzione della forma in Kandinsky.

Il risultato è una storia continua, non una semplice successione di correnti. Dai cieli di Monet ai campi di Van Gogh, dalle visioni di Kandinsky alle geometrie di Mondrian, la pittura passa dall’osservazione del mondo alla sua rielaborazione percettiva e infine alla costruzione di una realtà autonoma. L’esposizione di Ferrara racconta così il lungo cammino della modernità, con un itinerario visitabile a Palazzo dei Diamanti fino al 10 gennaio 2027.

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