Quando buttare aiuta: il vero peso emotivo degli oggetti
Liberare casa dal superfluo può ridurre il carico mentale, ma dietro all’accumulo si nascondono spesso paura, senso di colpa e difficoltà ad affrontare i cambiamenti.
Liberarsi degli oggetti non significa soltanto recuperare spazio: per alcune persone può diventare un passaggio delicato, legato alla memoria, all’identità e alla paura di perdere una parte della propria storia. Nei casi più gravi, l’accumulo compromette la vita quotidiana e richiede un intervento specialistico; gli sgomberi imposti, invece, rischiano di aggravare la situazione.
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Quando l’accumulo diventa una patologia
La disposofobia, conosciuta anche come disturbo da accumulo, rientra nello spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi. Non coincide con il semplice disordine né con il collezionismo: il segnale principale è l’incapacità di separarsi dalle cose, anche quando non hanno un valore concreto, accompagnata da ansia, disagio o forte senso di colpa.
«Le stanze si riempiono al punto da non poter più essere utilizzate per la loro funzione» spiega Emi Bondi, direttrice del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo e già presidente della Società italiana di psichiatria. In queste condizioni aumentano i rischi igienici e di sicurezza, mentre la persona può finire per isolarsi. Tra i fattori coinvolti ci sono la predisposizione genetica, l’attaccamento estremo agli oggetti e le difficoltà nel decidere e organizzare le attività. Il percorso di cura può comprendere terapia cognitivo-comportamentale, sostegno specialistico e farmaci mirati.
Il primo passo è ridurre il carico
Anche senza arrivare a una condizione patologica, molte persone rimandano il riordino perché affrontare un armadio o un ripostiglio pieno appare troppo faticoso. Un approccio più sostenibile consiste nel partire da una zona circoscritta, come un solo cassetto, così da trasformare il compito in una serie di decisioni affrontabili.
La difficoltà persistente nel scegliere cosa donare o eliminare può indicare stanchezza emotiva e sovraccarico mentale. Secondo Bondi, il riordino può diventare un’occasione per interrogarsi sul rapporto con il passato: «Non stiamo rinunciando, stiamo invece scegliendo che cosa lasciarci alle spalle di una vecchia fase della vita, per andare incontro alla nuova».
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Perché ci leghiamo alle cose
Vestiti mai indossati, libri, fotografie, contenitori vuoti, stoviglie rovinate e piccoli oggetti dell’infanzia possono assumere un significato che va oltre la loro utilità. Alcuni vengono percepiti come testimonianze concrete di ciò che si è vissuto; altri rappresentano una sicurezza, una possibile risorsa futura o la prova di un legame affettivo.
La tendenza a conservare è molto diffusa e, secondo la psichiatra, riguarda l’80-90 per cento delle persone. Il cambiamento e l’incertezza possono spingere a circondarsi di oggetti per mantenere una sensazione di controllo. Dopo un lutto, inoltre, eliminare ciò che apparteneva alla persona scomparsa può essere vissuto come una nuova perdita.
Ogni accumulo racconta una paura
Il tipo di oggetti conservati può suggerire il bisogno emotivo sottostante, senza però permettere da solo di formulare una diagnosi. Chi trattiene documenti, giornali e libri può cercare di sentirsi preparato e competente; chi raccoglie abiti e ricordi personali può legare a essi la propria identità o relazioni importanti.
Barattoli, attrezzi e contenitori vengono talvolta mantenuti per il timore di sprecare o di trovarsi impreparati in futuro. In altri casi entrano in gioco l’indecisione, il senso di colpa e la fatica necessaria per valutare il valore affettivo di ogni cosa. Periodi di stanchezza, ristrettezze economiche o grandi transizioni, come una separazione o un cambio di lavoro, possono rafforzare questi comportamenti.
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