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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

Politkovskaja, il delitto senza mandante: 20 anni dopo resta la domanda

Uccisa a Mosca nel 2006, la giornalista aveva raccontato guerre, torture e abusi del potere russo: oggi il nome di chi ordinò l’assassinio resta sconosciuto.

Vent’anni dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja, il punto più oscuro della vicenda non è cambiato: alcuni responsabili sono stati condannati, ma chi commissionò l’omicidio non è mai stato identificato. La giornalista fu uccisa il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del palazzo in cui viveva a Mosca, mentre lavorava a un’inchiesta sulle torture in Cecenia.

La sua figlia Vera, incinta all’epoca della morte, ha continuato a chiedere verità e giustizia. Dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, vive fuori dal Paese con la figlia: il cognome Politkovskaja, oggi, è diventato troppo ingombrante per chi resta all’ombra del Cremlino.


Il mandante resta ancora ignoto

Quel sabato Anna Politkovskaja aveva 48 anni. Rientrata nella sua abitazione, era entrata nell’ascensore; l’aggressore l’aveva attesa e le aveva sparato quattro volte. Accanto al corpo erano stati trovati l’arma e i bossoli.

Nel corso degli anni, la giustizia russa ha condannato alcuni esecutori e organizzatori dell’assassinio. Tuttavia, la persona che avrebbe ordinato il delitto non è mai stata individuata. Nel 2023 Sergej Khadzhikurbanov, tra i condannati, ha ottenuto la grazia dopo aver combattuto in Ucraina, lasciando ancora più aperta la questione sulle responsabilità superiori.

Vera ha raccontato la madre nel libro Una madre, pubblicato nel 2024. «Mia madre è sempre stata una persona scomoda, non solo per le autorità russe, ma anche per la gente comune», ha scritto, ricordando una reporter che descriveva senza attenuazioni il dolore dei soldati, dei civili e delle vittime delle violenze.


Una reporter dentro le case

Nata a New York il 30 agosto 1958 da genitori diplomatici sovietici, Politkovskaja era cresciuta a Mosca e si era laureata in giornalismo all’Università Lomonosov nel 1980. Prima di dedicarsi pienamente alle inchieste, aveva cresciuto i figli Vera e Il’ja, lavorando spesso di notte e svolgendo anche lavori occasionali per sostenere la famiglia.

Nel 1999 era entrata nella redazione di Novaja Gazeta, il giornale indipendente destinato a diventare la sua principale casa professionale. In meno di sette anni aveva firmato centinaia di articoli, molti dei quali dedicati alla Cecenia. Non osservava la guerra soltanto dal fronte: raggiungeva le abitazioni, ascoltava i parenti degli scomparsi, raccoglieva le denunce dei torturati e seguiva le madri dei militari russi inviati a combattere.

La redazione si era trasformata in un punto di riferimento per persone che non sapevano più a chi rivolgersi. Politkovskaja verificava però ogni testimonianza, comprese quelle delle vittime: confrontava i racconti, poneva domande e cercava riscontri. Galia Ackerman, storica e traduttrice che l’aveva conosciuta, l’aveva descritta come una giornalista molto rigorosa, consapevole del rischio di essere manipolata.


Cecenia, Putin e la responsabilità del potere

Nel 2001 le forze russe l’avevano arrestata in Cecenia, privandola del telefono e trattenendola per diversi giorni. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, era stata minacciata e sottoposta a interrogatori in condizioni durissime. Anche il caporedattore Dmitrij Muratov aveva provato a dissuaderla dal tornare in una zona ormai troppo pericolosa, ma lei aveva rifiutato di interrompere il lavoro.

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Politkovskaja non risparmiava neppure i combattenti ceceni. Il criterio che guidava i suoi articoli era la responsabilità individuale: ogni abuso, indipendentemente da chi lo avesse commesso, doveva essere documentato. Il bersaglio politico principale era però il sistema costruito da Vladimir Putin, del quale denunciava violenze militari, corruzione, nazionalismo, propaganda e accentramento del potere.

Nel 2004 aveva pubblicato La Russia di Putin, volume nel quale la guerra cecena veniva presentata come il segnale di una trasformazione più ampia della società russa. Le sue cronache su torture, saccheggi, stupri, deportazioni e distruzioni sono state rilette dopo l’inizio della guerra in Ucraina, perché molti di quei meccanismi di violenza sono tornati nella cronaca europea.


Gli ostaggi e il prezzo del mestiere

Nell’ottobre 2002, durante il sequestro del teatro Dubrovka di Mosca, i sequestratori ceceni avevano accettato di parlare con lei. Politkovskaja era stata coinvolta come intermediaria e aveva cercato di favorire la liberazione degli ostaggi, mentre le autorità limitavano le informazioni sull’operazione. L’irruzione delle forze speciali si era conclusa con la morte di 129 persone tenute prigioniere.

Nel 2004 aveva tentato di raggiungere Beslan, dove un gruppo armato aveva occupato una scuola. Durante il viaggio si era sentita male sull’aereo dopo essere stata avvelenata e non era riuscita ad arrivare sul posto. Nell’attacco sarebbero morte 334 persone, tra cui 186 bambini; la sostanza utilizzata contro la giornalista non è mai stata identificata.

Politkovskaja aveva ricevuto minacce, era stata arrestata e aveva subito un tentativo di avvelenamento. Non era priva di paura, ma considerava il rischio parte della responsabilità verso le persone che incontrava e verso il pubblico. Il suo principio professionale era riferire i fatti lasciando ai lettori il compito di interpretarli.


Un archivio che continua a parlare

Dopo la sua morte, Novaja Gazeta ha continuato a pubblicare inchieste sulla Russia fino alla sospensione della licenza da parte delle autorità nel 2022. Molti giornalisti hanno lasciato il Paese e hanno proseguito il lavoro dall’estero, mentre gli articoli di Politkovskaja sono stati riletti alla luce dei conflitti successivi.

Il suo lascito è composto da migliaia di pagine, nomi e testimonianze: famiglie, soldati, madri e persone scomparse. Quelle vicende private, raccolte in anni di lavoro, sono diventate una parte della memoria della Russia contemporanea. A vent’anni dalla sua morte, la domanda sul mandante rimane senza risposta, ma le storie che Politkovskaja aveva scelto di raccontare continuano a essere consultate.

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