Pietro Sermonti torna al cinema con un funerale irriverente
Nel film di Massimiliano Bruno interpreta Riccardo Mancuso, regista vanesio, tra omaggi a Boris e riflessioni sull’intelligenza artificiale.
Un tranquillo funerale di famiglia è arrivato il 29 ottobre nelle sale italiane con Pietro Sermonti nel ruolo di Riccardo Mancuso, regista narcisista e in crisi.
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I ruoli più legati alla sua storia
Nella seconda stagione di Maschi veri, disponibile su Netflix, Sermonti interpreta Luigi, il meno tossico del gruppo ma anche quello più disposto a mettersi in discussione. L’attore lo descrive come una sorta di D’Artagnan circondato dai suoi tre moschettieri.
Tra i personaggi che ricorda con maggiore partecipazione c’è anche Alessandro di Tutto può succedere, padre di un ragazzo con la sindrome di Asperger. Quel ruolo gli ha permesso di affrontare il tema in televisione e di avvicinarsi, attraverso la finzione, all’esperienza dei suoi genitori, segnati dalla morte della figlia a soli 5 anni.
Sermonti conserva un ricordo particolare anche di Sono Lillo, girato insieme a Lillo, e di Smetto quando voglio, soprattutto per i rapporti umani nati sul set. Durante le riprese della serie, inoltre, morì suo padre: l’attore ha definito quella perdita una trasformazione improvvisa e potentissima della propria vita.
Il calcio lasciato a malincuore
Prima della recitazione c’era il calcio. Sermonti ha giocato nelle giovanili della Juventus con il numero 10 e per anni ha immaginato di diventare un professionista, fino a quando, intorno ai 20 anni, ha dovuto abbandonare quel percorso.
Quella rinuncia, ha raccontato, è stata uno dei passaggi decisivi della sua esistenza. Si è sempre sentito un autore poco capace di governare la propria storia e ha ammesso di aver attraversato molti cambiamenti senza averli davvero pianificati. Del calcio, però, non si è mai considerato completamente separato: secondo lui, chi nasce giocatore continua a esserlo interiormente per tutta la vita.
L’incontro con il palcoscenico
All’inizio Sermonti pensava di scrivere e dirigere più che recitare. Mentre lavorava come assistente alla regia teatrale, rimase colpito dagli interpreti e, durante la preparazione de Il gabbiano di Čechov diretto da Valerio Binasco, chiese di poter provare il personaggio di Konstantin.
Il ruolo gli fece scoprire una forma di sincerità che nella vita gli sembrava difficile raggiungere. Pronunciando parole scritte in Russia più di un secolo prima, si sentì finalmente chiaro e autentico. Da lì maturò la convinzione che calcio, musica e recitazione condividano lo stesso impulso al gioco, anche se in italiano vengono indicati con verbi differenti.
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Per Sermonti il teatro resta anche la risposta più concreta all’intelligenza artificiale. «La vera grande risposta all’intelligenza artificiale è il teatro: sono uomini che parlano agli uomini», ha detto parlando del rapporto diretto tra attori e pubblico.
Riccardo Mancuso e il modello Boris
Il nuovo film racconta il funerale del patriarca della famiglia Mancuso, tra un sacerdote attivo sui social, parenti che umiliano i nipoti e ricatti organizzati da un gruppo di personaggi inattesi. La commedia, diretta da Massimiliano Bruno, prende spunto da Funeral Party di Frank Oz, uno dei film più amati da Sermonti del XXI secolo.
Riccardo è il figlio prediletto del defunto, ma anche un uomo dominato dalla vanità e dall’egoismo. L’attore lo considera «un coglione, un vanesio di un egoismo incredibile», pur riconoscendo che alla fine del racconto riesce a migliorare rispetto all’inizio.
Il confronto con Stanis La Rochelle, il personaggio interpretato in Boris, è inevitabile. Entrambi rappresentano alcune caricature del mondo dello spettacolo italiano, anche se Sermonti considera Stanis ancora insuperato. Il film mantiene inoltre un tono irriverente, senza che l’attore voglia trasformare la discussione sulla correttezza del linguaggio in una battaglia culturale.
Il ricordo della serie cult
Sermonti ha compiuto 55 anni nel giorno della presentazione del film alla Festa del Cinema di Roma. Nel suo percorso conta 33 film, oltre alla popolarità conquistata con Un medico in famiglia e Boris, serie nata anche grazie all’amicizia con Giacomo Ciarrapico, conosciuto già alle scuole medie.
L’attore ha ammesso di aver avuto dubbi sulla quarta stagione di Boris, realizzata 15 anni dopo l’episodio pilota e 12 anni dopo l’ultima trasmissione su Fox. L’assenza di Mattia Torre, morto nel 2019, gli faceva temere che riprendere la serie potesse diventare un modo per farsi del male.
A Viterbo, durante la seconda edizione del premio Mattia Torre, Sermonti e Ciarrapico hanno però immaginato una possibile quinta stagione. L’idea sarebbe vedere Stanis impegnato contro l’intelligenza artificiale e poi costretto a confrontarsi con una sua versione artificiale capace di recitare molto bene.
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