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Lifestyle 3 min di lettura3 ore fa

Passport, la foto non basta: a Milano l’identità si riscrive

Durante la Settimana della moda di Milano, The Phoenix Circle ha presentato un progetto artistico che affida alle donne ritratte il diritto di ridefinire la propria immagine.

Una fotografia ufficiale dovrebbe certificare l’identità, ma non può raccontare da sola chi è una persona. È da questa tensione che nasce Passport, il progetto presentato a Milano da The Phoenix Circle, piattaforma culturale ideata da Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere e direttrice esecutiva di Hothur Foundation.

L’iniziativa è stata protagonista della seconda edizione del progetto, organizzata durante la Settimana della moda di Milano. Tra una mostra e una cena raccolta negli spazi della Galleria Gaburro, moda, arte contemporanea e impegno sociale si sono incontrati intorno a una domanda: chi possiede davvero il diritto di stabilire come debba apparire una persona?


Quando il ritratto cambia significato

Passport è nato dalla collaborazione con l’artista contemporaneo Raghava KK, la cui ricerca attraversa identità, percezione e rappresentazione. Il punto di partenza è la fotografia del passaporto, immagine considerata per definizione neutrale e oggettiva.

Da quel ritratto l’artista ricava più versioni, intervenendo con strumenti digitali e materiali fisici. Le partecipanti scelgono poi le immagini su cui lavorare direttamente con la pittura, trasformando una rappresentazione imposta in un’opera alla quale prendono parte in prima persona.

Il risultato riunisce tre forme di autorialità: lo scatto istituzionale, la rilettura di Raghava KK e il gesto finale della donna ritratta. L’immagine, quindi, non è più soltanto una prova d’identità, ma diventa il luogo in cui la persona può riprendere possesso della propria storia.


La guarigione passa dalla scelta

Il primo laboratorio della serie ha coinvolto Akkiamma, sopravvissuta a un’aggressione con acido. All’inizio, dipingere sulla propria fotografia poteva sembrare un ulteriore attacco all’immagine; nel corso dell’esperienza, però, quel gesto si è trasformato nella possibilità di dichiarare che il ritratto apparteneva ancora a lei. Maria, un’altra sopravvissuta con una spiccata sensibilità artistica, l’ha affiancata durante il percorso di confronto e sperimentazione.

Kulsum Shadab Wahab ha spiegato che il recupero non coincide soltanto con la ricostruzione fisica: «Inizia anche quando una donna torna a sentirsi libera di fare delle scelte, esprimere sé stessa e definire la propria immagine». Secondo la fondatrice di Ara Lumiere, Passport segna il momento in cui la fotografia smette di avere l’ultima parola e la persona rappresentata torna a guidare il racconto di sé.

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La proposta non punta a descrivere le sopravvissute esclusivamente attraverso la violenza subita. Al contrario, crea uno spazio nel quale possano essere riconosciute per identità, creatività e individualità, scegliendo come mostrarsi e come essere guardate.


Moda e arte oltre il trauma

The Phoenix Circle è nato nel 2025 dalla visione di Kulsum Shadab Wahab, anche alla guida esecutiva di Hothur Foundation. La piattaforma annuale mette in relazione artisti, operatori della moda, istituzioni culturali e sostenitori della filantropia, con l’obiettivo di usare la creatività come strumento di autonomia e cambiamento sociale.

Ara Lumiere, atelier etico e sostenibile che collabora esclusivamente con donne sopravvissute ad attacchi con acido, porta così la propria missione nel contesto della moda. Attraverso gli abiti e i progetti artistici, il trauma viene rielaborato in una forma espressiva capace di sostenere anche l’indipendenza economica.

Il riferimento alla fenice richiama la rinascita e la trasformazione, ma il progetto insiste soprattutto sulla possibilità di riscrivere il proprio futuro. La riabilitazione, nella visione di The Phoenix Circle, riguarda infatti anche fiducia, sicurezza personale, autonomia e senso di appartenenza.

Nei primi sei mesi del 2026, Hothur Foundation ha sostenuto 132 interventi di chirurgia ricostruttiva destinati a donne sopravvissute ad attacchi con acido e ustioni. Il dato si affianca a un percorso più ampio, nel quale la cura del corpo procede insieme alla riconquista dell’identità e della libertà di scegliere.

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