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Orlando al femminile: la follia di Ariosto parla al presente

Davide Livermore porta in scena il poema con cinque attrici, trasformando il capolavoro di Ariosto in una riflessione su potere, desiderio, violenza e guerra.

L’arma da fuoco che Ariosto condanna nel poema ricorda, per la sua distanza dal combattimento corpo a corpo, strumenti bellici contemporanei come i droni. È uno dei motivi per cui l’\u201cOrlando furioso\u201d continua a interrogare il presente: dietro la meraviglia dell’avventura emergono la perdita dell’empatia, il disprezzo per la cultura e la difficoltà di riconoscersi negli altri.


La follia oltre il paladino

Per Laura Marinoni, la modernità dell’opera passa anche dalla riflessione sulla guerra e sulla responsabilità collettiva. Nel viaggio lunare di Astolfo, incaricato di recuperare il senno di Orlando, si incontrano le illusioni e le ossessioni degli uomini: c’è chi smarrisce la ragione inseguendo l’amore, chi la sacrifica agli onori, chi la consuma nella ricerca della ricchezza o nelle aspettative dei potenti.

Anna Della Rosa lega invece quella perdita alla scomparsa della capacità di immedesimarsi. Marinoni richiama il valore della cultura come strumento di rispetto e, dunque, di pace: l’arte non sarebbe soltanto una questione estetica, ma potrebbe alimentare anche una diversa idea di convivenza. In questo quadro si inserisce la condanna ariostesca dell’archibugio, tecnologia capace di svuotare il gesto bellico del confronto diretto e di renderlo più impersonale.


Donne al centro del poema

La scelta di affidare tutti i ruoli principali a interpreti femminili nasce dalla struttura stessa del testo, dove le donne non sono semplici presenze decorative. Sono loro a muovere gran parte degli eventi, mentre gli uomini appaiono spesso fragili, dipendenti dal riconoscimento altrui e incapaci di governare i propri desideri.

Orlando, nella lettura proposta da Livermore, è un eroe che fonda la propria sicurezza sull’immagine riflessa da Angelica. Il rifiuto della principessa manda in frantumi quell’identità e trasforma il dolore in furia distruttiva. La sua reazione, osservano regista e interpreti, può essere accostata a dinamiche contemporanee di violenza di genere, quando il possesso viene scambiato per amore e il diniego della donna diventa intollerabile.

Angelica, però, non viene trasformata in una figura idealizzata. Contesa da numerosi guerrieri e sottoposta a tentativi di abuso, conserva il diritto di decidere per sé: respinge i pretendenti, sceglie Medoro e si innamora di un uomo musulmano di rango più basso, oltre che appartenente al campo avversario. Il poema rovescia così il modello della donna angelicata, perché la sua bellezza non conduce l’uomo alla perfezione spirituale: al contrario, può farlo precipitare nella follia.


Cinque attrici, molti destini

Linda Gennari interpreta Orlando e la Luna. Anna Della Rosa dà corpo ad Angelica, Melissa, Rinaldo e Zerbino; Laura Marinoni è Bradamante, Astolfo e Carlo Magno. Mariangela Granelli assume i panni di Ruggiero, Brigliadoro, Medoro e Rodomonte, mentre Annamaria Ghirardelli affronta Alcina, Cimosco e Cloridano. L’unico interprete maschile è Fulvio Pepe, impegnato nel ruolo del Narratore.

La moltiplicazione delle identità non viene vissuta dalle attrici come il principale ostacolo. Il lavoro più impegnativo riguarda la tenuta dei versi: bisogna conservarne il ritmo senza perdere il peso concreto delle parole. La recitazione dialoga inoltre con la musica eseguita dal vivo dall’orchestra La Chimera, aggiungendo alla messinscena un ulteriore livello di precisione e ascolto.

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Anche l’adattamento modifica il punto di vista del poema, passando dalla terza persona alla prima. A firmarlo è l’antichista Margherita Rubino. Secondo Anna Della Rosa, la capacità di cambiare forma e registro appartiene in modo particolare alle attrici, abituate a passare rapidamente da un personaggio all’altro; Linda Gennari sottolinea invece quanto sia stato sorprendente ritrovare la freschezza e l’ironia di Ariosto, spesso coperte dalla patina scolastica con cui il testo viene ricordato.


Un testo contro ogni semplificazione

Bradamante rappresenta un’altra contraddizione centrale. È una guerriera determinata e temibile, ma vive per Ruggiero una dipendenza emotiva non distante da quella di Orlando verso Angelica. Nel poema, inoltre, condanna con fermezza gli uomini che aggrediscono o uccidono le proprie compagne, arrivando a considerarli esseri infernali nascosti sotto sembianze umane.

Ariosto non costruisce personaggi a una sola dimensione e non distribuisce giudizi in modo meccanico. La sua ironia colpisce i poeti che lodano i potenti per interesse, ma anche le debolezze universali degli esseri umani. Lo sguardo nasce da una conoscenza concreta della società: l’autore non fu isolato in una torre letteraria, poiché svolse incarichi amministrativi e diplomatici per gli Estensi.

La regia di Davide Livermore assume proprio questa complessità come punto di partenza. Il progetto vuole osservare il mondo maschile attraverso una sensibilità femminile e, nello stesso tempo, spezzare un’abitudine secolare: quella di affidare a interpreti uomini anche i personaggi che il poema presenta come motori dell’azione.


La sfida scelta da Livermore

La produzione affronterà tutti i 46 canti nella forma definitiva pubblicata nel 1532. Livermore ha scelto consapevolmente un’opera difficile e sterminata, un universo narrativo nel quale il pubblico può perdersi tra deviazioni, fughe, incontri e ritorni. La sua idea di teatro rifiuta le scorciatoie pensate soltanto per ottenere un risultato immediato e rivendica invece una responsabilità culturale verso gli spettatori.

La rappresentazione inaugurerà l’8 ottobre la settantacinquesima stagione del Nazionale di Genova, teatro di cui Livermore è direttore. La scommessa è affidata a un gruppo ristretto di interpreti, chiamate a sostenere una materia poetica vastissima e a restituirne, insieme, la forza comica, l’erotismo, la violenza e la dimensione politica.

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