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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Neonato lasciato all’aperto: cosa offre davvero il parto anonimo

Il ritrovamento a Cinisello Balsamo riaccende il confronto tra abbandono pericoloso, parto tutelato e diritto del minore a conoscere le proprie origini.

Quando un neonato non viene riconosciuto, la segnalazione parte dall’ospedale verso la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. Si avvia così il procedimento per l’adottabilità e può essere individuata una coppia tra quelle già valutate e inserite negli elenchi del Tribunale. In ogni comunicazione alle autorità devono essere esclusi i dati che consentano di identificare la madre.


L’anonimato tutela entrambi

La legge consente alla donna di partorire senza rendere pubblico il proprio nome. Nei documenti l’identità viene omessa, mentre la cartella clinica resta compilata e conservata. È inoltre previsto un periodo di sospensione fino a due mesi, durante il quale la madre può rivalutare la scelta e procedere al riconoscimento del figlio.

La procedura di adottabilità può fermarsi anche quando la madre è minorenne, fino al compimento dei 16 anni, se il bambino riceve adeguate cure e mantiene con lei un rapporto costante. Una donna ancora incerta può chiedere al Tribunale un tempo per decidere, a condizione di continuare a occuparsi del neonato.


Il ritrovamento nel parco

A Cinisello Balsamo, nell’hinterland milanese, il piccolo è stato invece trovato all’esterno, sotto un albero e adagiato accanto a un sacchetto di plastica. A sentire il pianto, nel pomeriggio di lunedì 12 ottobre, è stata una donna che stava passeggiando con il cane: dopo essersi accorta della presenza del neonato, ha chiamato il 118.

Il bambino, nato da poche ore, era privo di vestiti e di coperte. Un volontario Auser, Eros Tasinato, ha raccontato che nella busta erano visibili sangue e placenta. Trasportato all’ospedale Niguarda, il neonato è risultato maschio, con un peso di circa 4 kg, condizioni generali discrete e una lieve ipotermia.

Il sindaco di Cinisello Balsamo Giacomo Ghilardi ha espresso preoccupazione per la salute del piccolo e ha riferito di essere in contatto con le Forze dell’Ordine, impegnate a ricostruire la vicenda. In un messaggio pubblicato sui social ha definito il gesto disumano, invitando chi si trova in una situazione disperata a rivolgersi ai servizi presenti sul territorio: «Anche quando sembra impossibile trovare una soluzione, chiedete aiuto! Troverete qualcuno pronto ad ascoltarvi e ad accompagnarvi».


Culle e parto anonimo non coincidono

Il caso riporta l’attenzione sulla differenza tra lasciare un bambino in una “culla per la vita” e ricorrere al parto in anonimato. La prima soluzione non dispone di una disciplina legislativa specifica; la seconda è invece prevista dalla legge e garantisce assistenza sanitaria durante il travaglio e la nascita, oltre al sostegno sociale.

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Secondo la giurista Emily Lerda, il parto anonimo evita che la donna venga esposta al giudizio pubblico e offre maggiori garanzie anche al neonato. Le culle, al contrario, possono attirare rapidamente l’attenzione dei mezzi di informazione e generare appelli rivolti alla madre perché torni sui propri passi.

Il professor Angelo Colombo sottolinea che il rischio di abbandoni in luoghi pericolosi resta elevato, anche perché non tutte le donne conoscono l’esistenza delle culle. La possibilità di ricevere cure senza rivelare la propria identità può quindi rappresentare un’alternativa sicura sia per la madre sia per il bambino.


Numeri incompleti e origini da tutelare

Non esiste una rilevazione ufficiale complessiva sui neonati non riconosciuti in Italia. Un’indagine condotta nel 2015 dalla Società Italiana di Neonatologia su 100 Centri nascita ha registrato 56 casi su 80.060 nascite; proiettando il dato sull’intero Paese, la stima arrivava a circa 340 bambini, pari allo 0,07% dei nati vivi.

Il numero potrebbe però essere sottostimato, perché considera soltanto i parti registrati nelle strutture sanitarie. Restano fuori le nascite non tracciate e gli eventuali abbandoni mai scoperti: i dati permettono di contare i ritrovamenti, non tutti gli episodi realmente avvenuti.

Dopo i casi di neonati affidati alle culle per la vita, si riapre anche il confronto sul diritto a conoscere le proprie origini e sulla riservatezza della madre. Oggi le decisioni dei tribunali si basano soprattutto sulla giurisprudenza, mentre manca ancora una normativa organica dedicata alle culle.

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