Naza, le sale si riempiono: il film che mostra il sistema di Gaza
Oltre 140mila spettatori in due giorni per il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, che affida a testimoni anonimi il racconto delle decisioni sui raid
Platee gremite, applausi, bandiere palestinesi e, in altri casi, lunghi silenzi dopo i titoli di coda: in Italia il pubblico ha cercato Naza senza attendere che fosse la distribuzione a imporlo. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor nasce con l'obiettivo dichiarato di alimentare una discussione pubblica sulle operazioni del governo israeliano a Gaza.
Un film diventato terreno di scontro
Da novembre l'inchiesta sarà disponibile gratuitamente sul sito del Guardian, che ne ha sostenuto la produzione. I due registi hanno puntato così a raggiungere un pubblico il più ampio possibile, oltre il circuito cinematografico dell'uscita evento.
In Israele, però, il film è stato attaccato prima ancora di arrivare nelle sale. Benjamin Netanyahu lo ha definito falso, mentre Miki Zohar ha chiesto che ai due autori fosse tolta la cittadinanza. Abraham ha replicato offrendo la pellicola senza costi ai cinema israeliani.
A Venezia, parlando della scelta di lavorare sulle testimonianze interne all'apparato militare, Abraham aveva spiegato: «Se dei colleghi palestinesi avessero provato a contattare l'intelligence, sarebbero stati arrestati o uccisi, come è accaduto a duecento giornalisti a Gaza. Noi abbiamo una posizione di privilegio, e la usiamo contro un sistema che riteniamo ingiusto».
Il pubblico premia un'inchiesta senza spettacolo
Il risultato commerciale ha sorpreso per un'opera di 80 minuti costruita senza scene pensate per alleggerire il racconto e senza ricorrere al pathos. Nella giornata d'esordio Naza ha incassato 451.872 euro, piazzandosi al primo posto della classifica Cinetel davanti alla riedizione di Avengers: Endgame e al film concerto di Ultimo.
Più di 60mila persone hanno acquistato il biglietto lunedì 28 settembre; il giorno successivo il dato ha superato quota 83mila. In 48 ore l'incasso è andato oltre il milione di euro. L'uscita era stata programmata dal 28 al 30 settembre in 515 sale, ma le prenotazioni hanno spinto oltre 150 cinema a prolungare la programmazione.
Le voci dietro le decisioni
Il documentario raccoglie le parole di 24 ufficiali, analisti dell'intelligence e operatori dei droni. Le interviste sono state realizzate nell'arco di tre anni, di notte e sui tetti di Tel Aviv: i testimoni appaiono di lato, con i volti coperti e le voci modificate attraverso l'intelligenza artificiale.
Mentre raccontano il funzionamento delle operazioni, alle loro spalle la vita quotidiana continua: appartamenti illuminati, persone che preparano la cena, televisori che si spengono. Gaza si trova a sessanta chilometri, ma non compare mai nelle immagini; mancano corpi e distruzioni, quelle stesse scene che da tre anni circolano sugli schermi dei telefoni.
Cosa significa davvero Naza
Il termine che dà il titolo al film indica il numero di civili che l'apparato militare considera sacrificabili durante un attacco. Per un obiettivo ritenuto di basso livello si poteva arrivare a una ventina di persone, mentre per un bersaglio più importante la soglia poteva moltiplicarsi fino a dieci volte.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
Il programma Lavender raccoglie dati telefonici e genera elenchi di possibili obiettivi, ammettendo anche una quota di errore. Un altro sistema, chiamato «Where's Daddy?», individua il rientro a casa di un sospetto e consente di colpirlo durante la notte, quando nell'abitazione si trovano i familiari.
Secondo i testimoni, la conferma di un bersaglio poteva richiedere soltanto pochi secondi. Uno di loro ricostruisce l'esecuzione di un ordine disegnando su un blocco; un altro racconta: «Ti senti Dio, perché ascolti ogni cosa che dicono». Un ulteriore intervistato, riferendosi a una bambina di 12 anni, afferma: «Le entri nel telefono, e poi la uccidi».
Informazioni note, esperienza inedita
Molti elementi erano già emersi nell'aprile del 2024, quando un'inchiesta di +972 Magazine firmata da Abraham aveva descritto Lavender e «Where's Daddy?», prima che la notizia venisse ripresa dalla stampa internazionale. Per chi aveva già letto quegli articoli, dunque, il film non aggiunge necessariamente rivelazioni decisive.
La novità principale sta nelle persone che parlano: non osservatori esterni, ma individui coinvolti direttamente nella gestione dei raid. La loro presenza anonima e il modo in cui descrivono il lavoro trasformano dati già documentati in un'esperienza più concreta e disturbante.
I 24 testimoni non condividono tutti la stessa posizione. Alcuni difendono ciò che hanno fatto e sostengono di non aver avuto bisogno di un sostegno psicologico, perché ritenevano corretto il proprio operato; altri ricordano un attacco riuscito con leggerezza. C'è chi si rifugia nella funzione ricoperta e nella formula dell'obbedienza, mentre altri arrivano a parlare di genocidio e mettono in discussione l'immagine di sé costruita sul rifiuto dei crimini nazisti.
Le testimonianze sostengono inoltre che il sistema di sorveglianza fosse già operativo prima del 7 ottobre, il giorno in cui Hamas uccise oltre 1.200 persone in Israele.
L'anonimato divide il pubblico
La contestazione più frequente riguarda l'impossibilità di conoscere identità e volto degli intervistati e di verificare individualmente le loro affermazioni. Gli autori replicano, implicitamente, con la logica tipica delle inchieste che proteggono fonti esposte a conseguenze personali se riconosciute.
Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato a Venezia con il Premio speciale della giuria, arriva quindi al pubblico italiano dopo essere stato presentato come un lavoro capace di dare voce a chi contribuiva materialmente al funzionamento di quel sistema. Il successo in sala mostra che, anche quando i fatti essenziali sono già circolati, il modo in cui vengono raccontati può riaprire la discussione.
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