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Mezz’ora di perquisizione, poi la Questura: il caso della ricina

Gli investigatori hanno controllato lo studio di Gianni Di Vita e lo hanno accompagnato in Questura mentre proseguono gli accertamenti sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.

Una nuova perquisizione riporta l’attenzione sul caso della ricina che ha provocato la morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, quindicenne, durante le festività natalizie dello scorso dicembre. Gli investigatori hanno controllato lo studio professionale di Gianni Di Vita, marito della donna e padre della ragazza, per circa trenta minuti; al termine, l’ex sindaco del paese è stato accompagnato in Questura.


Il controllo nello studio riapre il caso

Nel locale, situato di fronte all’abitazione della famiglia a Pietracatella, sono intervenuti gli agenti della Squadra mobile di Campobasso insieme agli uomini del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. L’appartamento è ancora sottoposto a sequestro, mentre lo studio non lo era stato prima dell’intervento.

Gli investigatori avrebbero cercato materiale ben preciso, ma non è stato chiarito se dall’ufficio siano stati portati via documenti o altri oggetti. Le verifiche potrebbero inoltre estendersi ad altri luoghi. Di Vita, secondo le informazioni disponibili, è stato condotto negli uffici della polizia dopo l’ispezione.


La ricerca del veleno continua

La Procura di Larino indaga per duplice omicidio e, al momento, non risultano persone iscritte nel registro degli indagati per questo procedimento. Restano invece coinvolti in un’inchiesta per omicidio colposo cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso che avevano seguito madre e figlia. Un’amica di Antonella Di Ielsi è accusata di favoreggiamento per non aver riferito agli investigatori che la donna, dal 2019, le aveva confidato di valutare il divorzio.

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Si attendono ancora gli esiti definitivi degli esami condotti dagli specialisti tedeschi del Koch-Institut. L’obiettivo è individuare il veicolo attraverso cui la ricina sarebbe entrata in contatto con le vittime: nella casa sono stati prelevati circa 70 alimenti e, complessivamente, almeno 130 elementi tra vestiti, arredi e altri materiali.


Testimonianze con punti da chiarire

Gianni Di Vita è risultato «negativo» alla ricina, pur avendo raccontato di essersi sentito male come la moglie e la figlia. La figlia maggiore Alice, invece, non avrebbe condiviso il pasto della famiglia nel momento ritenuto compatibile con l’avvelenamento.

Gli inquirenti hanno ascoltato più volte numerose persone, dopo aver rilevato divergenze nei loro racconti. Tra i convocati figurano le cugine di Di Vita, Laura e Loredana, una docente dell’Agrario di Riccia considerata molto vicina all’uomo, la vicepreside del liceo frequentato da Alice e Giampiero Mastrogiorgio, infermiere che durante le feste aveva prestato assistenza alle due donne e ne aveva sollecitato il trasferimento in ospedale. Tra le ipotesi investigative è comparsa anche quella di un movente passionale con una possibile premeditazione, rivolto soprattutto contro la moglie e non contro la figlia.

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