Manager danesi, figlie femmine e più lavoro per le donne
Uno studio su 25 anni di dati rileva aumenti del 2,9% nell’occupazione e del 4,4% nei guadagni femminili
La nascita della prima figlia ha coinciso con un aumento dell’occupazione e delle retribuzioni femminili nelle piccole imprese danesi guidate da uomini. Il dato emerge da uno studio pubblicato ad agosto sulla Review of Economic Studies.
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I dati sulle piccole imprese
La ricerca è stata condotta da Maddalena Ronchi, docente alla Northwestern University, e Nina Smith, professoressa all’Università di Aarhus. Le autrici hanno incrociato i registri danesi di lavoratori e aziende, osservati per 25 anni.
Dopo la nascita della prima figlia, nelle imprese dei manager coinvolti il numero delle lavoratrici è salito del 2,9 per cento, mentre i loro guadagni sono aumentati del 4,4 per cento. Nello stesso periodo non sono emersi peggioramenti nelle vendite o nella produttività.
La tempistica ha fornito un’indicazione rilevante: i cambiamenti sono comparsi subito dopo la nascita, non a distanza di anni. Secondo l’interpretazione dello studio, l’esperienza personale potrebbe aver attenuato preferenze inconsapevoli che, a parità di competenze, portano alcuni uomini a favorire candidati dello stesso sesso.
Il divario tra donne e uomini
Il risultato danese si colloca in un quadro internazionale ancora segnato da differenze nell’accesso al lavoro e nelle retribuzioni. In Italia il problema è accompagnato da un secondo squilibrio, quello relativo alla distribuzione delle attività domestiche.
Un rapporto Istat del settembre 2026, basato sui dati del 2023, indica per le donne italiane un tasso di occupazione del 52,5 per cento, il più basso nell’Unione europea e oltre 13 punti sotto la media del 65,7 per cento. Ogni giorno, inoltre, le donne dedicano al lavoro familiare 4 ore e 15 minuti, con una differenza di 2 ore e 26 minuti rispetto agli uomini.
Nel documento, l’Istat osserva: «Le due asimmetrie si sommano e si rinforzano, presentandosi insieme ai massimi livelli: le donne fanno molto più lavoro familiare degli uomini e molto meno lavoro retribuito». Le stime del Global Gender Gap Report 2025 fissano in 123 anni il tempo necessario, mantenendo l’andamento attuale, per arrivare alla parità globale.
Altri studi sui padri
L’ipotesi secondo cui le figlie possano modificare le decisioni professionali dei padri è stata esaminata anche in altri lavori. Una ricerca del 2021, realizzata da un gruppo di Harvard e pubblicata sul Journal of Financial Economics, ha confrontato i venture capitalist con figlie e quelli senza: i primi risultavano più propensi ad assumere socie, mentre una maggiore presenza femminile era associata a risultati finanziari migliori.
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Un’analisi su 379 amministratori delegati statunitensi, osservati tra il 1992 e il 2012, aveva inoltre rilevato punteggi di responsabilità sociale superiori di circa il 9 per cento tra i dirigenti con almeno una figlia. Henrik Cronqvist, docente all’Università di Miami e coautore della ricerca, ha spiegato che questi amministratori sembravano prestare maggiore attenzione a dipendenti e ambiente, oltre che agli azionisti.
L’influenza delle figlie
Gli psicologi Adam Galinsky e Gordon Moskowitz hanno studiato nel 2000 il rapporto tra capacità di assumere il punto di vista altrui e riduzione dei pregiudizi. I loro esperimenti, pubblicati sul Journal of Personality and Social Psychology, hanno indicato che immedesimarsi nell’esperienza di un’altra persona può ridurre anche stereotipi non pienamente consapevoli.
Questa dinamica è stata richiamata in politica. Nel 2015 David Cameron citò le sue due figlie mentre sosteneva l’obbligo, per le grandi aziende britanniche, di rendere pubblico il divario retributivo. L’anno successivo Barack Obama scrisse: «Quando sei padre di due figlie, diventi ancora più consapevole di quanto gli stereotipi di genere permeino la nostra società».
Il meccanismo, definito ipotesi della socializzazione femminile, rovescia la direzione abituale dell’influenza familiare: non sono soltanto i genitori a trasmettere valori ai figli, ma anche i figli possono modificare la prospettiva degli adulti.
Una questione più antica
Il legame tra esperienza personale ed empatia non elimina però una domanda: perché riconoscere un’ingiustizia dovrebbe dipendere dalla nascita di una figlia? Chimamanda Ngozi Adichie ha invitato a diffidare di chi riesce a comprendere la discriminazione contro le donne soltanto quando la immagina riferita a una figlia, una moglie o una sorella.
La scrittrice e saggista canadese Anne Carson, Nobel 2026 per la Letteratura e 19esima donna a ricevere il premio su 123 assegnazioni dal 1901, ha affrontato il tema del controllo della voce femminile nel libro Il genere del suono, incluso nella raccolta Vetro, Ironia e Dio, pubblicata da Crocetti. Il testo richiama anche l’idea attribuita a Sofocle secondo cui il silenzio rappresenterebbe l’ordine proprio delle donne.
Il riferimento mostra quanto siano lontane nel tempo alcune convinzioni sulla presunta incapacità femminile di controllare emozioni e linguaggio. Lo studio danese suggerisce che tali schemi possono cambiare, ma non indica nella nascita di una figlia una soluzione alle disuguaglianze.
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