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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Il cestino vuoto che insegna a vivere: la lezione del bosco

La ricerca dei funghi può diventare un esercizio di lentezza e ascolto, lontano dalla logica del risultato e dalla fretta quotidiana.

Un cestino pieno non è l’unico traguardo possibile quando si entra in un bosco. Cercare funghi significa anche rallentare, osservare il terreno, distinguere un colore tra le foglie e lasciarsi guidare dall’odore dell’umidità, senza la garanzia di tornare a casa con una raccolta abbondante.

La stagione più favorevole è quella autunnale, soprattutto tra settembre e novembre, quando piogge e temperature miti possono favorire la comparsa dei funghi. In questo periodo, tra gli appassionati italiani, torna una domanda che va oltre il linguaggio: si è semplicemente fungaioli oppure si è davvero cercatori?

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Nel bosco il risultato non basta

La distinzione diventa centrale nel libro di Matteo Righetto, *Lo Zen e l’arte di andare a funghi*, pubblicato da Feltrinelli. Il volume propone la ricerca nel bosco come un’esperienza capace di mettere in discussione l’ossessione contemporanea per la produttività: non conta soltanto ciò che si porta via, ma anche il tempo trascorso a camminare, attendere e osservare.

Secondo lo scrittore, che vive nelle Dolomiti ed è presidente della sezione Cai di Livinallongo-Colle Santa Lucia, uscire per funghi può rappresentare una forma di libertà rispetto a traffico, rumore, agende e impegni sovrapposti. «Andare a funghi è prima di tutto un atto di libertà, un gesto sovversivo di pacifica disobbedienza», ha spiegato Righetto. Nel suo ragionamento, il fungaiolo è concentrato sul bottino, mentre il cercatore accetta di attraversare il bosco senza trasformare ogni passo in un investimento.

La differenza, dunque, non sta soltanto nella quantità raccolta. Si può percorrere un sentiero con la stessa impazienza con cui si scorre uno schermo, controllando continuamente il tempo, i passi e il risultato finale. Oppure si può accettare anche l’eventualità di tornare con il cestino vuoto, ma con una percezione diversa di ciò che è accaduto.


Tra porcini, attesa e meraviglia

Il fenomeno riguarda milioni di persone: ogni stagione si stima che siano tra sei e sette milioni gli italiani a dedicarsi alla ricerca dei funghi. Tra le aree particolarmente interessanti in questo periodo figurano la Liguria di Levante e l’Appennino Settentrionale, dove nei boschi di querce e castagni si possono incontrare porcini estivi e neri.

La ricerca può riservare anche ritrovamenti eccezionali. A settembre, nei boschi del Lagorai, in Trentino, due giovani appassionati hanno trovato un porcino dal peso superiore ai 2,2 chili. Ma episodi simili non esauriscono il senso dell’esperienza: il cammino, la pazienza e l’attenzione restano parte integrante della ricerca, anche quando la raccolta è scarsa.

Righetto ha affrontato lo stesso tema anche nel documentario *Per silenzio e vento*, realizzato da Marco Zuin con la sua collaborazione e arrivato nelle sale lo scorso 12 ottobre. Qui la montagna non viene presentata come uno spazio da dominare, bensì come un luogo in cui ascoltare e ridurre, almeno per qualche ora, la pressione degli obiettivi.

Lo scrittore ha inoltre richiamato il bisogno di ricostruire legami in una società sempre più frammentata e individualista. A suo avviso, il bosco può diventare un maestro di comunità, perché obbliga a cambiare ritmo e a prestare attenzione anche a ciò che normalmente viene ignorato.

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Camminare apre strade inattese

La ricerca nel verde non riguarda soltanto i funghi. Marco Franzoso ha raccontato che le sue idee più interessanti arrivano spesso durante le lunghe passeggiate quotidiane: l’osservazione di un tronco o il semplice rumore dei passi sull’erba possono diventare occasioni di ispirazione.

Un percorso analogo è quello di Eleonora Zilli, che ha iniziato a raccogliere erbe e piante spontanee per sperimentare nuovi ingredienti in cucina. Ortiche, portulaca, aglio orsino, rovo e foglie di fico sono entrati nelle sue preparazioni, ma con il tempo la raccolta ha assunto un significato più ampio. «Adesso è un modo per liberare la mente, meditare e ritagliarmi un’ora tutta per me», ha raccontato.

Le passeggiate quotidiane con il cane le permettono di osservare il paesaggio e decidere sul momento come utilizzare ciò che trova: dalle foglie di fico può nascere uno sciroppo, dal rovo un infuso, mentre l’aglio orsino può arricchire un risotto o una pasta fresca. Il cibo resta presente, ma non è più l’unico scopo dell’uscita.


Il tempo libero non si riempie da solo

Carmen Leccardi, professoressa emerita di Sociologia della Cultura all’Università di Milano-Bicocca, studia da anni il rapporto tra le persone e il tempo. Il suo punto di partenza è un paradosso: anche se la tecnologia promette di semplificare molte attività, la sensazione di non avere mai abbastanza tempo continua a crescere.

Ogni intervallo che si libera tende infatti a essere occupato subito da un nuovo compito. Anche la natura può finire dentro questa logica: si contano chilometri, passi, cime raggiunte, discese sugli sci e funghi raccolti, come se ogni esperienza dovesse produrre un dato misurabile.

Leccardi richiama il concetto di “risonanza” elaborato dal sociologo tedesco Hartmut Rosa: una condizione in cui non ci si limita a passare attraverso il mondo, ma si entra davvero in rapporto con ciò che ci circonda. La natura può favorire questo incontro e aiutare a ritrovare un contatto con se stessi, ma non lo garantisce automaticamente.

La scelta, alla fine, resta personale. Si può entrare nel bosco inseguendo soltanto il contenuto del cestino oppure lasciare spazio all’incertezza, all’attesa e all’ascolto. In quest’ultimo caso, anche un’uscita senza funghi può restituire qualcosa che non si stava cercando.

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