Generazione Z, il futuro è sparito: perché la protesta esplode
Dalla Francia all’Italia, migliaia di giovani contestano precarietà, caro vita e servizi pubblici mentre le violenze complicano una mobilitazione senza leader riconoscibili.
Il bersaglio non sono soltanto le aule degradate o gli affitti impossibili. Dietro le proteste che hanno attraversato diverse città europee si intravede una generazione convinta di non riuscire a trovare spazio nel domani: ragazzi cresciuti tra pandemia, inflazione, emergenza climatica e timori per il lavoro. Le devastazioni vanno condannate, ma fermarsi alle vetrine rotte rischia di nascondere le domande che hanno portato tanti giovani in piazza.
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Una protesta senza guida riconoscibile
In Francia tutto è partito dagli istituti superiori, con le richieste per maggiori risorse all’istruzione, ambienti scolastici dignitosi e un numero sufficiente di docenti. In breve tempo, però, la mobilitazione ha assunto un significato più ampio: casa, occupazione, diritti sociali e possibilità di costruire una vita autonoma sono diventati parte dello stesso malcontento.
La protesta si è poi propagata dal Portogallo alla Spagna e all’Italia. I giovani accusano i fondi d’investimento e i grandi gruppi immobiliari di contribuire allo svuotamento dei centri urbani, contestano un’economia ancora legata ai combustibili fossili e guardano con sfiducia a istituzioni percepite come incapaci di contrastare il potere dei più forti. Molti appuntamenti vengono diffusi attraverso TikTok e altri strumenti digitali: mancano dirigenti, sigle e strutture con cui trattare, mentre i partecipanti si radunano in piccoli gruppi e cambiano rapidamente posizione.
Questa modalità rende più difficile distinguere la mobilitazione pacifica dalle azioni violente. Allo stesso tempo, l’assenza di un’organizzazione tradizionale racconta il rapporto fragile che la Generazione Z intrattiene con partiti e sindacati, ritenuti poco capaci di rappresentare paure e aspettative nuove.
Le piazze chiedono casa e stabilità
In Spagna il caso di Maricarmen Abascal ha dato un volto alla questione abitativa. L’87enne era stata allontanata in pigiama dall’abitazione di Madrid nella quale aveva vissuto per oltre cinquant’anni. Morta il 7 ottobre in ospedale, aveva continuato a invitare i concittadini a difendere i propri diritti; dopo la sua vicenda, le manifestazioni hanno raggiunto dimensioni rilevanti.
La sua storia ha messo in luce un problema che non riguarda soltanto i più giovani. Da una parte ci sono ragazze e ragazzi costretti a rimanere nella casa dei genitori perché non possono permettersi un affitto; dall’altra, anziani esposti al rischio di perdere l’alloggio in cui hanno trascorso gran parte della vita. La precarietà abitativa unisce quindi generazioni diverse.
A Milano, sabato, il corteo contro il caro vita è partito da piazza Duomo senza il sostegno ufficiale di partiti e convocato tramite i social. Vi hanno partecipato collettivi studenteschi, giovani delle periferie e dell’hinterland, compresi numerosi italiani di seconda generazione. La maggioranza aveva meno di vent’anni e tra i presenti c’erano anche studenti delle scuole medie.
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Nel giro di poche ore la situazione è degenerata tra piazza Duomo e corso Vittorio Emanuele: un’auto dei carabinieri è stata danneggiata e ci sono stati numerosi fermi. Episodi simili, seppure con diversa intensità, si sono verificati a Torino, Bologna e Bergamo, dove persone con il volto coperto hanno lanciato pietre e petardi contro le forze dell’ordine. Il giorno successivo, ancora a Milano, gruppi di giovanissimi hanno infranto vetrine e saccheggiato alcuni esercizi, compreso un supermercato di via Torino. I fermati sono stati più di 200, in larga parte minorenni.
Dalla rabbia francese agli scontri
La Francia ha vissuto la fase più tesa della mobilitazione. La manifestazione contro il costo della vita ha portato in strada 550 mila persone secondo il ministero dell’Interno e 800 mila secondo gli organizzatori. In varie città il corteo è sfociato in violenze, con incendi, saccheggi e scontri; complessivamente i fermi sono stati 1.800, mentre più di 500 tra agenti e vigili del fuoco hanno riportato ferite.
A Limoges è stato distrutto dalle fiamme il municipio ottocentesco. A Parigi una partecipante è morta dopo un arresto cardiorespiratorio. Intervenendo alla Nazione, Emmanuel Macron ha parlato di «rabbia e vergogna» e ha promesso una reazione giudiziaria «esemplare», sostenendo che «chi ha distrutto deve pagare, chi ha saccheggiato deve rimborsare». Il presidente ha inoltre annunciato incontri tra il governo e i movimenti studenteschi nei giorni successivi.
La piazza italiana ha ripreso anche uno slogan nato in Francia contro la polizia, segno di una sfiducia che individua nelle divise il bersaglio più vicino. Tuttavia, a Parigi come a Milano, la componente violenta non coincide con l’intero movimento: per ogni ragazzo coinvolto negli scontri ce ne sono molti altri che manifestano senza danneggiare nulla, oltre a una platea ancora più ampia che condivide quelle richieste senza scendere in strada.
L’ascolto oltre l’ordine pubblico
La Generazione Z ha attraversato l’emergenza sanitaria prima ancora di concludere le scuole medie. Ha visto aumentare il peso delle bollette familiari, convive con l’ansia legata al clima e deve fare i conti con prezzi in crescita, occupazioni fragili e servizi pubblici sempre meno efficienti. A queste inquietudini si aggiunge il timore che l’intelligenza artificiale riduca ulteriormente le opportunità in un mercato del lavoro già povero di certezze.
La paura centrale non sembra essere quella di vivere peggio dei propri genitori, ma di non riuscire ad avere alcun ruolo nel futuro. Per questo i governi sono chiamati a separare con chiarezza la condanna degli atti violenti dall’ascolto delle rivendicazioni. La sicurezza resta una responsabilità immediata, ma non può diventare l’unica risposta a una generazione che chiede casa, lavoro, istruzione e prospettive.
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