Farida Khelfa, la vita oltre il glamour: «Non sono una vittima
L’autobiografia della modella e documentarista francese ripercorre abusi, dipendenze e sradicamento, ma anche la rinascita attraverso moda, analisi e maternità.
Per anni Farida Khelfa è stata associata alle notti del Palace e del Bains Douches, alle passerelle parigine e alle immagini firmate da Jean Paul Goude. Dietro quella figura magnetica, però, c’è una storia segnata da violenze familiari, povertà affettiva, dipendenza dall’eroina e una lunga ricerca di sé.
Nata a Lione nel 1960 in una famiglia di origini algerine, Khelfa ha affidato questo percorso a Une enfance française, autobiografia pubblicata nel 2024 da Albin Michel. Il libro, accolto come uno degli appuntamenti letterari più rilevanti della stagione, racconta un’infanzia devastata dagli abusi e una successiva ricostruzione resa possibile dalla psicoanalisi, dalla maternità e dall’amore.
La moda non cancella il trauma
A sedici anni Khelfa arrivò a Parigi quasi priva degli strumenti per inserirsi nella società. Poco dopo si ritrovò immersa nel mondo della moda e del lusso, un ambiente che dovette imparare a conoscere mentre portava con sé rabbia, inesperienza e il senso di estraneità di chi era cresciuta nella periferia.
Negli anni Ottanta divenne una presenza riconoscibile nei locali più esclusivi della capitale e la prima grande icona della moda di origine araba. Jean Paul Goude, che fu anche il suo compagno per sette anni, ne valorizzò l’eleganza e la dignità, realizzando alcune delle fotografie più celebri della modella, compresa quella scelta per la copertina dell’autobiografia.
Khelfa lavorò inoltre con Jean Paul Gaultier, Azzedine Alaïa e Thierry Mugler. In seguito sposò Henri Seydoux, padre dell’attrice Léa Seydoux, in una cerimonia alla quale parteciparono anche Nicolas Sarkozy e Carla Bruni. È la parte luminosa di una biografia che, come mostra il libro, non può essere separata dalle ombre dell’infanzia.
Una famiglia segnata dalla violenza
La madre Khedija fu costretta a sposarsi a sedici anni e a trentadue aveva già undici figli. Afflitta dalla depressione, non riusciva sempre a prendersi cura di loro e arrivava a confonderli con i propri fratelli. Il padre Abdelkader, alcolizzato e violento, svegliava i bambini durante la notte per picchiarli con la cintura.
In casa si consumarono anche abusi sessuali. Una delle sorelle, Myriam, venne violentata dal padre fin dall’età di quattro anni; la situazione si protrasse per anni, fino a quando Houria trovò la forza di denunciare. Khelfa ha raccontato che quella confessione liberò l’intera famiglia. Anche lei subì abusi da parte di uno zio e crebbe osservando attenzioni morbose rivolte alle bambine, fino a considerarle una normalità.
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La morte della madre, nel 2022, apre il racconto autobiografico. Khelfa ricorda il ritorno a Parigi in piena estate e l’assenza di pianto. Nel libro non cerca una riconciliazione sentimentale con i genitori: riconosce di aver ricevuto da loro la vita, ma non ritiene possibile concedere il perdono.
Dalla dipendenza alla rinascita
La sofferenza proseguì durante la giovinezza. Nei bagni del Palace Khelfa provò per la prima volta l’eroina, descrivendo quella sensazione come una momentanea liberazione dal dolore. La dipendenza entrò così nella sua vita proprio mentre la sua immagine pubblica diventava sempre più glamour.
A permetterle di uscire da quel periodo furono la psicoanalisi e la maternità. La diagnosi di stress post-traumatico le offrì una chiave per comprendere ciò che aveva vissuto, ma Khelfa rifiuta di definirsi una vittima: «Fare la vittima significa dare ragione all’aggressore. Bisogna trasformare le cose brutte che ci capitano in vittorie».
Il rapporto con le proprie origini passa anche attraverso la storia migratoria del padre. Abdelkader lasciò El Asnam dopo il terremoto del 1954 e raggiunse la periferia di Lione con la famiglia. Per Khelfa, l’uomo aveva perso identità e punti di riferimento nel passaggio dal mondo coloniale alla Francia metropolitana.
La lettura di Frantz Fanon, conosciuto grazie a Claude Lanzmann, la aiutò a interpretare quella frattura. Pelle nera, maschere bianche le permise di comprendere meglio la disumanizzazione e la sofferenza del padre, oltre al peso dello sradicamento trasmesso ai figli. Il risultato è un’autobiografia che non nasconde le ferite, ma le trasforma in materia di consapevolezza: «La vera miseria non è la povertà: è la mancanza d’amore, la violenza».
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