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Dopo i 50 anni, il sonno aiuta la memoria e l’attenzione

Riposo frammentato, menopausa e sistema glinfatico possono influire sulla lucidità, ma i disturbi persistenti vanno valutati dal medico.

Dimenticanze occasionali e difficoltà a concentrarsi possono comparire dopo i 50 anni, ma non indicano necessariamente un problema patologico. La qualità del sonno, insieme a stress, ansia e stanchezza, può influire sulla capacità di registrare e recuperare le informazioni.

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Quando le dimenticanze sono comuni

Può succedere di non trovare subito una parola, di dimenticare il motivo per cui si è entrati in una stanza o di cercare un oggetto che si tiene già in mano. Con l’età il recupero di alcuni dati può richiedere più tempo, soprattutto quando l’attenzione è ridotta o si stanno svolgendo diverse attività nello stesso momento.

Ricordare dipende infatti anche da come un’informazione viene acquisita. Se la mente è affaticata, distratta o sovraccarica, il dato può essere immagazzinato in modo meno efficace. È invece opportuno rivolgersi al medico quando gli episodi diventano frequenti, aumentano progressivamente o rendono difficili le normali attività quotidiane.


Sonno e lucidità durante la menopausa

La cosiddetta nebbia mentale comprende fenomeni diversi: difficoltà nel restare concentrati, pensiero più lento, vuoti di memoria e una generale impressione di scarsa chiarezza. Non è una diagnosi medica e può essere associata anche a notti brevi, numerosi risvegli o riposo non ristoratore.

Nella perimenopausa possono aggiungersi le variazioni ormonali. Estrogeni e progesterone partecipano alla regolazione di varie funzioni del cervello, oltre a quelle legate all’apparato riproduttivo. «Sonno, umore, memoria, dolore, sessualità sono modulati dalle fluttuazioni ormonali», ha spiegato Rossella Nappi, ginecologa, endocrinologa e presidente dell’International Menopause Society. Questo collegamento non permette però di attribuire ogni difficoltà alla menopausa né dimostra che il sistema glinfatico sia coinvolto in ciascun episodio.


Il sistema glinfatico

Il cervello produce residui legati alla propria attività e dispone di meccanismi per trasportarli fuori dai tessuti nervosi. Tra questi viene studiato il sistema glinfatico, che mette in relazione le cellule gliali con il movimento dei liquidi presenti attorno e fra le cellule cerebrali.

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Il liquido cerebrospinale e quello interstiziale partecipano a scambi che si sviluppano soprattutto vicino ai vasi sanguigni. Le sostanze analizzate dagli studiosi includono la beta-amiloide e la proteina tau, entrambe associate ai processi patologici dell’Alzheimer. L’espressione “pulizia del cervello” è una semplificazione: il funzionamento di questi meccanismi non è ancora completamente chiarito.


Che cosa accade durante il sonno

Nel 2013 una ricerca pubblicata su Science, coordinata da Maiken Nedergaard, osservò nei topi una maggiore circolazione dei liquidi cerebrali durante il riposo. In quella fase lo spazio interstiziale risultava più ampio di circa il 60% rispetto alla veglia, condizione che sembrava favorire l’eliminazione della beta-amiloide.

Il dato non dimostra che nell’essere umano il processo avvenga nello stesso modo e non significa che da svegli il sistema si arresti. Gli studi successivi hanno considerato anche attività nervosa, flusso sanguigno e movimenti del liquido cerebrospinale, mostrando un quadro complesso.


Sonno profondo e memoria

Il riposo notturno alterna più fasi. Quella profonda, caratterizzata da onde cerebrali lente, è collegata al consolidamento di alcuni ricordi e presenta oscillazioni coordinate tra attività nervosa, circolazione e dinamica dei liquidi cerebrali.

Una ricerca pubblicata su Molecular Psychiatry ha esaminato persone anziane confrontando caratteristiche del sonno, segnali indiretti del funzionamento glinfatico e risultati nei test cognitivi. I dati indicano un legame tra questi elementi, ma parlano di associazione e non provano che dormire meglio prevenga da solo i cali di memoria.

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