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Lifestyle 3 min di lettura2 giorni fa

Ashley Park e il dono che le ha salvato la vita: «Ora tocca a noi

Dalla leucemia affrontata a 15 anni alla campagna per spingere soprattutto i giovani a donare sangue e plasma

Per Ashley Park, la donazione di sangue non è un gesto astratto, ma un aiuto ricevuto nel momento più difficile della sua vita. «Donare il sangue è una generosità che salva la vita», ha spiegato l’attrice, invitando chiunque possa farlo a dedicare pochi minuti agli altri.

La protagonista di Emily in Paris ha ricordato che molti pazienti si trovano a chiedersi in che modo offrire un sostegno concreto a chi combatte una malattia grave. Nel suo caso, ha capito soltanto in seguito quanto fosse stato decisivo il tempo messo a disposizione dai donatori: persone che le avevano offerto una parte di sé senza sapere chi ne avrebbe beneficiato.


Una gara per riportare i giovani a donare

Park sostiene We Give Blood, iniziativa lanciata da Abbott insieme alla Big Ten Conference. La competizione coinvolge 18 università: entro il 4 dicembre 2026, l’ateneo capace di raccogliere il maggior numero di donazioni conquisterà una borsa di studio da 1 milione di dollari.

L’attrice, che ha conseguito la laurea all’Università del Michigan nel 2013, considera lo spirito agonistico dei campus un possibile motore per coinvolgere le nuove generazioni. Negli Stati Uniti il sangue continua a scarseggiare e il 25% dei donatori ha più di 65 anni, rendendo necessario un ricambio.


Dalla serie tv alla malattia

Oggi Park è conosciuta in tutto il mondo per il ruolo di Mindy in Emily in Paris, serie che tornerà su Netflix a dicembre con la sua ultima stagione. La sua immagine pubblica, fatta di eventi e abiti eleganti, contrasta con un passato segnato da una lunga battaglia in ospedale.

La diagnosi di leucemia mieloide acuta arrivò quando aveva 15 anni. Si tratta di una forma aggressiva di tumore che colpisce il sangue e il midollo osseo; per quasi un anno l’attrice rimase ricoverata ad Ann Arbor, in Michigan, sottoponendosi a sei cicli di chemioterapia intensiva e a trasfusioni frequenti di sangue e piastrine.

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Otto mesi lontana dal mondo

La terapia ebbe anche un forte impatto emotivo. Per otto mesi Park dovette vivere in isolamento, una condizione che le lasciò soprattutto la sensazione di essere separata dagli altri. «L’unico contatto che avevo con le persone passava attraverso le trasfusioni», ha raccontato parlando del trattamento che aveva distrutto anche le cellule sane del suo organismo.

In quel periodo, ha chiarito, non riusciva a pensare al significato più ampio di ciò che stava accadendo: l’obiettivo era affrontare una giornata alla volta e superare ogni singolo passaggio della cura. La gratitudine verso la comunità di Ann Arbor è maturata pienamente più avanti.


Il grazie alla comunità di Ann Arbor

«Oggi non sarei qui senza le centinaia, forse migliaia, di persone di Ann Arbor che hanno donato il sangue», ha detto Park. Quel ricordo è diventato ancora più concreto quando Abbott le ha proposto di partecipare come testimonial alla campagna We Give Blood.

L’esperienza personale ha così assunto una nuova direzione pubblica: sensibilizzare sull’importanza delle donazioni e mostrare quanto un gesto semplice possa incidere sulla vita di chi affronta il cancro o altre patologie severe. Per Park, anche una breve pausa nella giornata di un donatore può trasformarsi in un aiuto decisivo per un’altra persona.

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