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Lifestyle 3 min di lettura3 giorni fa

Ansia universitaria, il numero che non basta: cosa dice davvero l’indagine

I dati su oltre 13 mila studenti riaprono il dibattito: un questionario può segnalare un disagio, ma non sostituisce una valutazione clinica.

Il 63% degli universitari coinvolti nello studio di Pavia ha manifestato segnali compatibili con almeno un problema di salute mentale nell’ultimo anno. Un dato rilevante, ma che non autorizza a trasformare automaticamente le risposte raccolte in diagnosi: è questo il punto su cui Paolo Crepet invita a riflettere, mentre cresce l’uso della parola ansia nel linguaggio quotidiano e sui social.


Quei numeri non sono diagnosi

La ricerca rientra nel progetto Health Mode On, sostenuto dai fondi Pro-Ben del Ministero dell’Università e della Ricerca e guidato dall’Università di Pavia. Il questionario è stato compilato da 13.279 studentesse e studenti: quasi il 30% ha fornito risposte riconducibili a disturbi d’ansia, mentre circa il 17% ha mostrato indicatori compatibili con una depressione maggiore.

Gli strumenti utilizzati sono validati e servono a rilevare condizioni di benessere psicologico e abitudini di vita. Tuttavia, il risultato di uno screening non equivale a un colloquio clinico né a una diagnosi formulata da uno specialista. Il protocollo scientifico del progetto è stato pubblicato nel 2026 ed è disponibile su PubMed; i risultati completi saranno illustrati il 1° ottobre all’Istituto Superiore di Sanità.


Crepet mette in guardia dalle etichette

Intervenuto in un’intervista del 22 settembre, Crepet ha definito preoccupanti, ma non inattesi, i dati emersi. Il suo invito è a non confondere la percezione soggettiva di agitazione con una patologia accertata: «Fra un dato clinico […] e un questionario ce ne passa».

La riflessione non nega la sofferenza degli studenti. Piuttosto, richiama il rischio di usare categorie cliniche per descrivere ogni paura, ogni periodo difficile o la tensione legata a un esame. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità distingue l’ansia occasionale dai disturbi veri e propri, caratterizzati da paura persistente, eccessiva e poco controllabile, capace di ostacolare relazioni, studio, lavoro o vita familiare.


Quando il disagio richiede attenzione

Avere timore di fallire, dormire male in prossimità di una prova o attraversare una fase di forte preoccupazione non significa, da solo, essere malati. Il quadro cambia quando la sofferenza si prolunga e incide in modo evidente sulla quotidianità; tra i segnali possibili figurano tensione, irritabilità, difficoltà di concentrazione, palpitazioni e disturbi gastrointestinali.

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Secondo le stime OMS, nel 2023 i disturbi d’ansia interessavano circa 470 milioni di persone nel mondo ed erano più comuni tra le donne. Di fronte a sintomi duraturi o invalidanti, il riferimento corretto è un professionista, non l’autodiagnosi costruita attraverso un post o un video online.


Sui social prevale la parola ansia

Un’altra rilevazione aiuta a capire perché il termine sia ormai così presente nel dibattito pubblico. L’indagine Media, linguaggio e salute mentale, curata dall’Osservatorio di Pavia con Associazione Civita per il Festival Ro.Mens del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 2, ha esaminato oltre 138 mila post pubblicati nei primi sei mesi del 2026.

Nei contenuti analizzati, “ansia” compare 37.012 volte: quasi quattro volte più di “stress” e tredici volte più di “depressione”. La frequenza di una parola nelle conversazioni digitali, però, non indica quanto sia diffusa la relativa patologia nella popolazione.


Il messaggio rivolto ai ragazzi

Accanto alla discussione sui dati, Crepet ha parlato anche del rapporto con gli errori e con le aspettative. Ai giovani ha suggerito di conservare autonomia, curiosità e capacità di coltivare progetti, senza considerare ogni inciampo come una prova definitiva del proprio valore.

«Gli sbagli vi fanno crescere», ha detto lo psichiatra. Il messaggio non cancella la necessità di riconoscere una sofferenza seria: significa, piuttosto, evitare sia di medicalizzare ogni normale difficoltà sia di liquidare un disagio persistente con un semplice invito a reagire.

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