Superbatteri, l’allarme corre: 39 milioni di morti entro il 2050
Pierangelo Clerici chiede risorse vincolate per la diagnosi rapida e una strategia che unisca salute, ambiente e contrasto all’inquinamento
Entro il 2050 i decessi legati ai batteri resistenti agli antibiotici potrebbero superare quota 39 milioni nel mondo, contro gli oltre 4,7 milioni registrati nel 2021. In Europa si contano già circa 35mila morti ogni anno, con l’Italia che pesa per circa 12mila casi, uno su tre. Per Pierangelo Clerici, presidente dell’Amcli, Associazione microbiologi clinici italiani, l’antimicrobico-resistenza ha ormai i numeri di una nuova pandemia e richiede decisioni immediate.
Il conto non è soltanto sanitario. Tra Unione europea e Spazio economico europeo i costi annuali arrivano a 11,7 miliardi di euro, mentre a livello globale potrebbero raggiungere 412 miliardi di dollari entro il 2050. L’appello del microbiologo arriva mentre si discutono la prossima legge di Bilancio e il nuovo Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza, previsto per il periodo 2027-2031.
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Diagnosi rapide per evitare cure inutili
Secondo Clerici, il primo intervento riguarda il territorio: servono test capaci di stabilire in tempi brevi se un’infezione è batterica, quale microrganismo l’ha provocata e quali farmaci possono ancora essere utilizzati. «Prima di prescrivere un antibiotico bisognerebbe capire se l’infezione è davvero batterica», ha spiegato l’esperto, sottolineando che nella pratica questa verifica spesso non viene eseguita, anche davanti a una sospetta faringite.
I moderni strumenti di analisi al punto di assistenza possono fornire una risposta in circa 45 minuti, fino a un’ora e mezza, a partire da un campione microbiologico. L’idea non è affidare questi esami alle farmacie, ma collocarli nelle Case di comunità e nei poliambulatori decentrati, sotto la supervisione delle Asl e dei laboratori ospedalieri di microbiologia. Resterebbero così centralizzati acquisti, formazione del personale, controlli di qualità e valutazione dei risultati, con l’obiettivo di scegliere terapie mirate e limitare l’uso improprio degli antibiotici.
Fondi promessi ancora senza certezze
Nella precedente legge finanziaria erano stati indicati 485 milioni di euro per il 2026 nell’area della prevenzione collettiva e della sanità pubblica. Una parte, pari a 160 milioni, avrebbe dovuto sostenere programmi territoriali dedicati ai test microbiologici rapidi e multiplex, destinati in particolare alle strutture di prossimità.
Clerici riferisce però che quelle risorse non sarebbero ancora state trasferite o utilizzate per la finalità diagnostica prevista. Mancano, a suo giudizio, indicazioni chiare sull’arrivo dei fondi, sulla loro distribuzione nel tempo e sugli anni interessati. «Nella Manovra in discussione deve essere ripreso quel comma 340», ha detto, chiedendo stanziamenti vincolati, importi definiti e una tempistica precisa per l’erogazione alle Regioni.
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La richiesta è collegata anche al nuovo Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo anno ma risulta ancora in fase di elaborazione. L’obiettivo dei microbiologi è evitare che le risorse destinate alla diagnostica restino generiche e assicurare strumenti concreti nelle strutture sanitarie territoriali.
Il ruolo di clima e inquinamento
Per affrontare il fenomeno non basta intervenire sulle prescrizioni. Clerici sollecita un approccio integrato, definito «One Health», che consideri insieme salute umana, salute animale e ambiente. Secondo l’Amcli, il riscaldamento globale e l’inquinamento atmosferico contribuiscono a creare condizioni favorevoli alla diffusione della resistenza agli antibiotici.
Negli ultimi dieci anni la temperatura media globale avrebbe superato di 1,5 gradi quella dell’epoca preindustriale. Poiché alcuni studi stimano un aumento di circa il 4% della resistenza batterica per ogni grado in più, l’incremento complessivo potrebbe aggirarsi intorno al 6% in un decennio, con valori probabilmente superiori in alcune aree del pianeta.
Il cambiamento climatico favorisce inoltre la desertificazione e riduce la disponibilità d’acqua. Quando l’acqua si concentra in raccolte più piccole, i batteri possono proliferare in ambienti ricchi di sostanze antibiotiche naturali prodotte dal suolo, sviluppando resistenze già prima di entrare in contatto con le terapie. Questo scenario, osserva il presidente dell’Amcli, mette in discussione anche il tradizionale ruolo del terreno come fonte da cui ricavare nuovi antibiotici: i microrganismi presenti potrebbero essere già selezionati per tollerare quelle sostanze.
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