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Cronaca 4 min di lettura15 ore fa

Sicurezza, l’Europa cerca una risposta comune: il nodo è la soglia

Beniamino Irdi analizza l’escalation russa, il peso della paura e gli strumenti con cui le democrazie possono reagire alle minacce ibride

Un Consiglio di sicurezza europeo avrebbe un ruolo concreto soltanto se fosse in grado di assumere decisioni vincolanti e di produrre conseguenze. Se restasse un semplice tavolo di confronto, rischierebbe di aggiungere discussioni senza rafforzare la capacità di reazione dell’Unione: è la valutazione di Beniamino Irdi, intervenuto sul tema delle pressioni russe contro l’Europa.


Un’Europa ancora divisa sulla sicurezza

Secondo Irdi, l’ipotesi rilanciata da Ursula von der Leyen tocca il principale ostacolo politico dell’Unione. Quando si parla di sicurezza nazionale, infatti, i governi sono particolarmente restii a trasferire competenze e sovranità a un livello comune. La presidente della Commissione europea ha evocato il progetto nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, insieme a una strategia continentale e a un protocollo d’emergenza complementare all’articolo 4 della Nato.

L’esperto, che ha scritto anche della necessità di un Consiglio di sicurezza nazionale italiano, ritiene che le democrazie debbano ripensare il modo in cui bilanciano alcuni interessi durante una fase eccezionale. Non si tratterebbe di rinunciare ai principi liberali, ma di proteggerli meglio, anche accettando che intelligence, segreto di Stato e strutture operative non possano avere sempre lo stesso livello di trasparenza di un ministero.


Il costo delle scelte per l’Occidente

Le difficoltà, osserva Irdi, nascono in parte proprio dai meccanismi che rendono solide le democrazie. Lo Stato di diritto limita gli interventi sui patrimoni russi bloccati, mentre il rapporto diretto tra governi ed elettori rende politicamente rischiose le decisioni energetiche capaci di far aumentare i prezzi. Questi vincoli rappresentano una garanzia, ma possono diventare anche punti deboli sfruttabili dagli avversari.

Tra le leve ancora disponibili vengono indicati il settore energetico, con effetti potenzialmente onerosi anche per i Paesi europei, gli asset russi congelati e il sostegno convenzionale all’Ucraina attraverso armi, intelligence e assistenza militare. Sulla confisca delle riserve, Irdi riconosce l’esistenza di problemi giuridici e politici, ma non considera automatico il rischio che tutti gli Stati stranieri ritirino i propri fondi: la Russia ha invaso un Paese sovrano e conduce da quattro anni e mezzo una guerra tradizionale e ibrida.


La paura è già un’arma

La questione dei droni mostra quanto il fattore psicologico possa incidere oltre il danno prodotto dal singolo attacco. Se nell’opinione pubblica si consolida la percezione di una minaccia russa permanente, l’avversario può ottenere vantaggi anche quando l’operazione fallisce o non provoca conseguenze materiali.

Il bersaglio finale, spiega l’analista, non coincide necessariamente con un’infrastruttura o con un obiettivo fisico. Le campagne ibride mirano anche alla fiducia nelle istituzioni, alla coesione sociale e alla credibilità della deterrenza: paura, divisioni interne e l’impressione di uno Stato incapace di reagire possono già costituire un risultato strategico.

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La soglia non è soltanto militare

Irdi invita a non concentrarsi esclusivamente sulla definizione di “guerra ibrida”. La domanda decisiva riguarda il momento in cui un attacco induce lo Stato colpito a rispondere con forza. Quella soglia, secondo l’esperto, non è fissata da criteri tecnici o da un articolo di trattato, ma dipende da una scelta politica.

Le azioni russe sono diventate negli ultimi mesi più frequenti, evidenti e materiali, con un impiego crescente di droni, esplosivi e sabotaggi. Mosca, inoltre, sembrerebbe attribuire meno importanza alla possibilità di negare il proprio coinvolgimento: gli episodi recenti, per complessità e portata, appaiono difficilmente riconducibili a gruppi non statali. In questa lettura, il messaggio potrebbe essere che l’origine della minaccia non debba più essere nascosta.

Per anni, aggiunge Irdi, la Russia avrebbe innalzato gradualmente il livello della pressione, sfruttando la difficoltà delle democrazie a raccogliere consenso politico contro pericoli che aumentano senza un’esplosione improvvisa. Per questo cambiare etichetta agli attacchi non risolverebbe il problema: è la reazione concreta dell’Europa a stabilire il limite oltre il quale l’aggressione produce conseguenze.


Dalla risposta isolata alla deterrenza

La proposta dell’analista è una dottrina europea condivisa, fondata su costi chiari, prevedibili e sufficientemente elevati da superare i vantaggi attesi dall’attaccante. La diffusione degli allarmi potrebbe diventare, proprio per questo, l’occasione per costruire una politica comune di sicurezza.

Il contesto comprende attacchi informatici, campagne di disinformazione, incendi, sabotaggi, incursioni di droni e colpi contro infrastrutture strategiche. A settembre la Germania ha attribuito alla Russia il tentato impiego di droni esplosivi contro l’aeroporto di Lipsia/Halle; nei giorni successivi, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese nel Baltico e un drone carico di esplosivo è stato abbattuto sopra la Lituania.

L’Unione europea continua intanto a varare misure contro quelle che definisce “attività ibride” russe, comprese interferenze informative, sabotaggi, attacchi cibernetici e azioni dirette a destabilizzare le istituzioni democratiche. Irdi è nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround; il 6 novembre la società organizza alla Luiss di Roma gli “HG Dialogues”, dedicati alla sicurezza nazionale e ai nuovi rapporti tra settore pubblico e imprese.

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