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Cronaca 1 min di lettura23 set

Ravenna, il caso Cpr si allarga: 8 medici sotto indagine

A Ravenna emerge che una quota significativa di stranieri giudicati non idonei al rimpatrio è poi tornata a commettere reati, mentre otto sanitari finiscono nel mirino degli inquirenti per i certificati.

Il dato che pesa di più non è soltanto il numero degli indagati, ma il percorso che avrebbe permesso a decine di immigrati destinati ai centri per il rimpatrio di evitare il Cpr. Nella città romagnola, secondo quanto emerso, il 25% di chi ha ottenuto un giudizio di non idoneità sarebbe poi tornato a delinquere.

L’indagine ruota attorno ai certificati medici che avrebbero fatto saltare il trasferimento. A essere coinvolti sono otto medici dell’ospedale di Ravenna, ora sotto inchiesta per presunti falsi.


Come funzionava il passaggio al pronto soccorso

La procedura, stando a quanto ricostruito, prevedeva che la valutazione sanitaria sugli stranieri passasse dal pronto soccorso. In quella sede venivano controllate le condizioni generali, eventuali disturbi psichiatrici e la presenza di patologie acute o croniche.

Il punto contestato è però un altro: i referti sarebbero stati materialmente firmati da infettivologi, anche se quegli esami non rientravano tra le loro competenze delegate. È da qui che nasce il fascicolo aperto dagli investigatori.

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I numeri che hanno acceso l’inchiesta

A far scattare l’attenzione degli inquirenti è stato soprattutto l’esito di una parte di quei casi. Tra coloro che erano stati ritenuti non idonei al Cpr, una quota pari al 25% avrebbe poi commesso altri reati.

Il quadro ha fatto emergere un possibile meccanismo di certificazioni irregolari che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe consentito a diversi migranti irregolari di restare fuori dai centri per il rimpatrio. Ora l’attenzione resta concentrata sui documenti e sulle firme finite al centro delle verifiche.

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