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Cronaca 4 min di lettura4 giorni fa

Quando la verità tradisce: il caso MacDonald contro il suo biografo

Il libro di Janet Malcolm, ora pubblicato in Italia da Adelphi, ricostruisce il processo nato dal rapporto ambiguo tra un giornalista e l’uomo che stava raccontando.

Che cosa accade quando un giornalista conquista la fiducia del proprio protagonista e poi pubblica un ritratto completamente opposto a quello che gli aveva lasciato intendere? È la domanda al centro de *Il giornalista e l’assassino*, saggio del 1997 firmato da Janet Malcolm e oggi disponibile per i lettori italiani grazie ad Adelphi.

L’autrice, giornalista del *New Yorker* scomparsa nel 2021, parte da una vicenda giudiziaria americana per mettere sotto esame il rapporto tra cronista e soggetto narrato. Sullo sfondo non c’è soltanto un’accusa di truffa, ma il confine instabile tra fiducia personale, strategia narrativa e libertà di espressione.


L’amicizia che cambiò direzione

Il protagonista della storia è Joe McGinniss, autore di *Fatal Vision*, volume dedicato al caso di Jeff MacDonald. Quest’ultimo, medico e già ufficiale dell’esercito, era stato condannato a tre ergastoli per l’uccisione della moglie e delle due figlie, avvenuta nel 1969. Dopo una prima assoluzione davanti al tribunale militare nel 1970, aveva ripreso a lavorare nel pronto soccorso, prima che il patrigno della moglie lo riportasse davanti alla giustizia.

Durante la nuova fase processuale, la difesa coinvolse McGinniss, allora noto per un libro di grande successo sulla campagna elettorale di Nixon. Il giornalista avrebbe dovuto raccontare la vicenda valorizzando la posizione di MacDonald. Per farlo, frequentò il medico, i suoi legali e la sua abitazione, condividendo con lui una quotidianità fatta anche di scherzi e confidenze.

Con l’avanzare del processo, però, McGinniss maturò una convinzione opposta a quella iniziale. Arrivò a considerare MacDonald colpevole, narcisista patologico e pericoloso, e inserì questa lettura nel libro. Dal carcere, MacDonald ricevette una copia di *Fatal Vision* senza conoscere il giudizio reale del suo interlocutore: si sentì ingannato e accusò l’autore di aver sfruttato un rapporto che lui considerava amicale.


Il processo mette in crisi il mestiere

La causa intentata da MacDonald contestava a McGinniss la violazione degli accordi e il comportamento fraudolento. Il procedimento si concluse con un accordo extragiudiziale, ma lasciò conseguenze profonde sul piano personale e professionale, soprattutto per il giornalista accusato. La giuria, inoltre, si divise, mentre il caso sollevava un interrogativo destinato a superare la singola vicenda: un autore può essere citato perché ha pubblicato una verità maturata dopo aver conquistato la fiducia del proprio soggetto?

Nel dibattito processuale emerse il timore che una simile impostazione potesse indebolire la libertà di espressione. Il legale di McGinniss sostenne che si sarebbe aperta la strada a cause promosse da chiunque fosse scontento del ritratto ricevuto, rendendo secondari non solo i fatti, ma anche il tono, i comportamenti e le scelte etiche dell’autore.

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Malcolm non assolve il giornalista. Al contrario, ricostruisce il suo metodo e mostra come la trasgressione nei confronti dei protagonisti possa diventare, per alcuni scrittori, uno strumento creativo. Nello stesso tempo descrive MacDonald come un interlocutore capace di esercitare un forte potere sugli altri, attraverso una conversazione piatta e apparentemente innocua che finisce per disorientare chi lo ascolta.


La verità non coincide sempre col racconto

L’inchiesta di Malcolm procede attraverso le testimonianze di imputato, accusatore, avvocati, giurati, psichiatri e giornalisti. La scrittrice conosce direttamente il problema: anche lei era stata trascinata in tribunale da uno psicanalista citato in un precedente lavoro, *In the Freud Archives*, insoddisfatto del modo in cui era stato rappresentato.

Proprio da questa esperienza nasce una riflessione sul rapporto inevitabilmente ambiguo tra chi scrive e chi viene raccontato. Malcolm osserva che «È la tensione tra il cieco egocentrismo del soggetto e lo scetticismo del giornalista a conferire al giornalismo la propria autenticità e vitalità». L’autrice distingue così l’indagine giornalistica dalla semplice riproduzione della versione fornita dal protagonista, che trasformerebbe il cronista in un pubblicista.

Al processo intervenne anche Joseph Wambaugh, scrittore e giornalista chiamato a sostenere McGinniss. La sua distinzione tra falsità intenzionale e procedimento narrativo finalizzato alla ricerca del vero diventa uno dei nodi conclusivi del libro: «una menzogna è qualcosa di non vero che viene detto con dolo o malafede, mentre una non verità è parte di un espediente attraverso cui è possibile giungere alla verità».

La domanda resta aperta. Se il giornalista deve mettere in dubbio il racconto del proprio interlocutore, fino a che punto può nascondere le sue intenzioni per arrivare a una ricostruzione più autentica? Malcolm non consegna una soluzione definitiva: lascia al lettore, più che al tribunale, il compito di stabilire dove finisca il diritto di raccontare e dove cominci il tradimento della fiducia.

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