Niqab e burqa, il precedente che pesa sul governo
Una decisione del Consiglio di Stato del 2008 considera il velo integrale legato alla religione un motivo valido, salvo il caso in cui chi lo indossa rifiuti di farsi identificare.
Il Consiglio di Stato, nel 2008, ha indicato che il velo integrale portato per ragioni religiose può rientrare tra i casi coperti da un motivo legittimo. Solo se la persona si oppone senza una ragione valida al controllo dell’identità, scatta la violazione delle regole contro il mascheramento. Questa lettura potrebbe entrare in tensione con l’ipotesi del governo di vietare burqa e niqab a scuola.
Il caso nato ad Azzano Decimo
Alla base del contenzioso c’era l’ordinanza firmata nel 2004 dal sindaco di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, che proibiva nei luoghi pubblici il velo che nasconde il volto. Il provvedimento venne prima annullato dal prefetto di Pordenone e poi respinto anche dal Tar del Friuli-Venezia Giulia; in seguito Palazzo Spada confermò quella doppia bocciatura con la sentenza n. 3076/2008, giudicando illegittimo il divieto imposto in modo generale.
Per i giudici non è una maschera
Nel ragionamento dei giudici, il burqa «non è una maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento, tuttora utilizzato anche con aspetti di pratica religiosa». Nella stessa decisione si afferma anche che il velo che copre il volto non è di norma pensato per impedire il riconoscimento. Da qui l’idea che il richiamo religioso o culturale possa costituire proprio quel “giustificato motivo” richiesto dalla norma.
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Restano i casi senza eccezioni
La disciplina, però, non lascia margini nelle manifestazioni che si tengono in spazi pubblici: lì il divieto opera senza deroghe. Resta inoltre la possibilità di togliere temporaneamente il velo quando serva l’identificazione da parte delle forze dell’ordine, per esigenze di sicurezza pubblica.
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